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 Beppe Fenoglio secondo Michele Mari

Beppe Fenoglio secondo Michele Mari

Michele Mari, tra gli scrittori invitati a partecipare alla tavola rotonda su La resistenza della letteratura, in questa intervista di Valeria Merola ci ha parlato di Beppe Fenoglio.

 

Professore di letteratura italiana all’Università di Milano, Michele Mari è autore di numerosi romanzi e racconti, tra i quali ricordiamo Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997), Rondini sul filo (Mondadori 1999), Tutto il ferro della torre Eiffel (Einaudi 2002), Roderick Duddle (Einaudi, 2014) e Leggenda privata (Einaudi, 2017).

 

In che modo si è avvicinato a Fenoglio? Come lo ha letto?

Fenoglio è un autore che mi affascina e mi coinvolge, ma alla cui lettura sono arrivato tardi, dopo i vent’anni, e che quindi non ha molto influito nella mia formazione letteraria e di scrittore. La scoperta di Fenoglio risale ad una fase già matura delle mie letture, quando la mia coscienza critica era abbastanza formata. Sono stati altri gli autori resistenziali che hanno in qualche modo influenzato le mie scelte future. E penso in particolare a Pavese e Calvino, o a Rigoni Stern e Primo Levi, che ho letto negli anni dell’adolescenza. L’approccio all’opera di Fenoglio è stato quindi più smaliziato, con un occhio più addestrato e un gusto già maturo, meno facilmente impressionabile. Per questo, fin dall’inizio, sono rimasto colpito dai romanzi brevi e dai racconti, mentre non mi ha mai convinto il Partigiano. Il Fenoglio che ho amato è quello dei Ventitré giorni della città di Alba, di Una questione privata, di La malora, con la sua scrittura emotiva, essenziale, intimistica e di ispirazione autobiografica.

 

Quali aspetti della produzione di Fenoglio le sembrano più interessanti?

Fenoglio è uno scrittore da leggere svincolandosi da ogni schema ideologico, indipendentemente da rigide categorie. Le sue opere possono essere considerate anche lasciando il contesto resistenziale sullo sfondo, per quanto esso ne rappresenti una componente fondamentale e un riferimento inevitabile. L’attenzione si concentra allora sulla carica della scrittura di Fenoglio, che in questa prospettiva si rivela uno scrittore barbaro, primitivo, con la capacità di rendere evidenti le immagini delle sue parole. Le sue pagine entrano in contatto con l’immaginario archetipico, evocando il sangue, la ferita, la terra, in un continuo intento di visualizzazione. Il partigiano Johnny non mi ha mai coinvolto molto, soprattutto per la questione dell’anglismo e dello sperimentalismo linguistico. Di questo romanzo non amo la ricerca totalmente letteraria che sta dietro a una scrittura poco spontanea. Ma l’aspetto che più mi allontana è il tratto velleitario: le preoccupazioni strutturali che la scrittura mi sembra non riesca a risolvere. Ne deriva un’opera troppo controllata, troppo vigile, eccessivamente rivolta su se stessa. Al contrario Una questione privata è in grado di dare un’immagine forte ed emotiva dei frangenti resistenziali, offrendone quadri inediti, colti con il vigore passionale dello sguardo autobiografico del protagonista.

 

Quale è stato, più in generale, il suo rapporto con la letteratura della Resistenza?

Non ho mai avvertito una particolare fascinazione per la letteratura resistenziale, che ho evitato di osservare in un contesto ampiamente culturale. La Resistenza è per me un tema saggistico-politico, da analizzare nella sua serietà e drammaticità, anche morale, ma che non riesco a collegare al panorama della letteratura. Preferisco non guardare alla Resistenza con l’occhio della critica militante, perché credo si possa incorrere nel rischio del ricatto etico-politico. In generale mi considero un lettore sentimentale, che crede nell’autonomia della letteratura. Per questo provo un certo disagio nei confronti della scrittura fortemente legata alla realtà storica, che inevitabilmente si legge come documento, a discapito dell’identità letteraria.

 

In che modo la storia entra nella sua scrittura?

Nei miei libri non mi confronto mai direttamente con la storia, sono uno scrittore inattuale. Nei miei romanzi l’ambientazione è semmai metastorica, quindi puramente letteraria. Negli ultimi due romanzi, in particolare, Rondini sul filo e Tutto il ferro della torre Eiffel, la storia offre il pretesto, lo spunto iniziale. Ma la scrittura rielabora poi il contesto storico in chiave onirica, trasfigurandolo e rendendolo artificio letterario. In Tutto il ferro della torre Eiffel si parla dell’Europa nazista, della persecuzione contro gli ebrei, ma la storia funziona soltanto da cornice intorno all’elaborazione fantastica.

 

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