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 Bianchi: l’uomo disarmato

Bianchi: l’uomo disarmato

di Tullia Fabiani D. Quando è maturata la sua decisione di scrivere La messa dell’uomo disarmato, di raccontare la Resistenza, ovvero il “Grande Avvenimento”, come l’ha definita più volte? Guarda e ascolta la risposta R. La messa dell’uomo disarmatoè una storia di me stesso, iniziata il giorno in cui mi ritrovai accanto a mia madre, dopo i quindici giorni che avevo dato per essere dimesso dall’ospedale dove facevo l’infermiere, o facente funzione d’infermiere. Dato che avevo avuto una storia molto intensa, della quale sentivo tutta la bellezza e, nello stesso tempo, anche il desiderio di trovarvi un senso, mi misi a scrivere per indagare quella che era stata la mia storia. Questo libro racconta di un’avventura che ho dovuto narrare, per poter dire “grazie” a quanto avevo vissuto, per quello che ero stato, per la mia crescita di uomo, che mi aveva portato al punto di diventare prete, senza abbandonare in niente quella che poteva essere la mia umanità. All’epoca in cui presi questa decisione, avevo diciassette-diciotto anni ed ero all’ascolto degli avvenimenti. Fu allora che nacqui, per così dire, alla speranza di un Mondo Nuovo; speranza che i Resistenti mi garantivano, poiché la stavano costruendo gratuitamente con il loro sangue. Facendomi prete volevo concorrere a questo Mondo Nuovo, ma non potevo farlo come loro, come i partigiani. Mi costò molto scegliere quella che è la mia attuale impostazione di vita. D. In alcune parti del suo libro, il narratore svela esplicitamente i suoi pensieri, le sue intenzioni e, in una di queste, lei scrive: “Mi affiderò solo alla misericordia del raccontare, essendomi accorto che il raccontare è già di per sé un tentativo di liberare la parola dagli eventi, quale condizione necessaria dell’onesta interpretazione”. Cosa intende di preciso con queste parole? Guarda e ascolta la risposta R. La prima parte del libro è scritta in prima persona, perché risponde a quel che avevo vissuto in quel periodo, se non esternamente, interiormente: questa ricerca della parola, questo sentire la parola negli avvenimenti e l’ascoltare cosa l’avvenimento o l’incontro potevano dirmi. Quando sono arrivato alla parte, invece, dove io non ero più in gioco personalmente, benché fossi stato costruito dal momento, dagli uomini e dal loro sangue gratuitamente versato… Che cosa potevo fare, se non scegliere la terza persona? Potevo continuare con la prima, ma solo cambiando il soggetto, cambiando personaggio. Affidandomi alla gioia del raccontare, ho cercato di pagare questo debito da non partecipazione diretta al “Grande Avvenimento”. D. Nei ringraziamenti, Lei dedica il libro “ai morti di quei giorni, che ancora aiutano a resistere e a vivere”. Se dovesse spiegare a chi non ha conosciuto quegli uomini e quei giorni cosa vuol dire oggi la Resistenza, cosa direbbe? Guarda e ascolta la risposta R. Vede, io stamattina mi sono svegliato e ho ascoltato le notizie alla radio e ho assistito – come avviene da anni ormai – alla negazione della possibilità di un Mondo Nuovo. E questo accade da quando è terminata la Resistenza “armata”, quella Resistenza che voleva costruire la speranza del Mondo Nuovo dalla gratuità del sangue versato, dall’impegno di chi ha saputo dare qualcosa, e alle volte anche la vita stessa, per la dignità, per la grandezza dell’uomo, perché nessuno fosse più conculcato dal potere. Questi morti mi aiutano ad accettare il peso della mia vita, in questi giorni. Mi aiutano a dire – per la storia della parola, che si rivela nel momento in cui si annichilisce – che questo sangue non può essere stato inutilmente sparso, perché è lo stesso sangue che quel Dio, che io riconosco in Gesù Cristo, ha sparso. Se è inutile l’uno, è stato inutile anche quello dei nostri martiri. Io li chiamo “martiri” perché hanno testimoniato che c’è la possibilità di un Mondo Nuovo. Ma la fede mi dice che il sangue di Cristo non è stato sparso invano: ha un’efficacia. Oggi mi dico – stamattina mi sono detto – “No, il Mondo Nuovo è possibile”. Per poter vivere, altrimenti ci sarebbe da disperare. D. Lei è stato un prete-operaio, un infermiere-inserviente, un insegnante e quant’altro ancora. Che posto ha avuto e ha tuttora la scrittura e la letteratura nella sua vita? Guarda e ascolta la risposta R. La letteratura non so cosa sia. La scrittura invece è una necessità, per confrontarmi, per raccontare, per dire, per trasmettere quello che ho ricevuto, perché per me il grande tema o sostegno della scrittura è trasmettere quello che si è ricevuto. Dato che la mia avventura mi ha portato a diventare prete e dato che, in quanto prete, c’è un annuncio che sono tenuto a fare, di questo sangue e dell’amore gratuito di Dio… trasmettere gratuitamente quello che gratuitamente si è ricevuto è il mio compito. Quindi la scrittura è una forma di trasmissione, non è letteratura, non la ricerco per il mio nome… D. Molte persone hanno messo in relazione il suo libro con quelli di Beppe Fenoglio. È d’accordo? Guarda e ascolta la risposta R. Fenoglio è una lettura che ho fatto 20-25 anni fa e che mi ha affascinato, mi ha coinvolto, ma ho visto anche la diversità tra quello che ero io e quello che era lui. Ho partecipato appieno a ciò che lui scriveva, ma ho sentito anche l’umiliazione, di dentro, di non aver partecipato in quel modo… perché io dovevo partecipare in altro modo e stavo già scrivendo il mio libro. Non è che mi ispirassi a Fenoglio, ma sentivo di dover pagare il mio debito, non solo ai martiri, ma anche ai vivi, per quello che avevano fatto. Con i miei mezzi. Non ho potuto vivere quello che loro hanno vissuto, però fino all’ultimo dirò loro “grazie”.

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