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 Borges l’eclettico

Borges l’eclettico

Intervista di Andrea Monda al critico letterario Cesare Cavalleri, che ci mostra le mille sfaccettature di Borges e delle sue invenzioni letterarie.

 

Borges da una parte appare totalmente al di fuori delle maggiori “correnti” letterarie; dall'altra sembra lui stesso essere un “maestro”, un poeta che ha creato una sua “scuola”. Come e dove si può collocare Borges nella storia della letteratura? Qual è l'influenza che ha esercitato nel '900?

Borges, che si sentiva “un europeo in esilio”, per tutta la vita ha cercato di proporsi come personaggio inserito in una tradizione, in una tradizione che non c’era, dato che lui stesso l’aveva inventata. Esperto nei giochi di specchi, recensiva libri inesistenti, traduceva poeti mai nati. Si dichiarò discepolo di Macedonio Fernández, un autore argentino realmente vissuto a cavallo del Novecento, che si curava poco di mettere sulla carta i suoi pensieri e che non figura nella Garzantina della letteratura. A sua volta, Borges ha molti ammiratori, ma non ha allievi. Egli è eccentrico rispetto alle letterature di ogni paese, proprio per averne tentato una sintesi, pur convinto dell’impossibilità dell’impresa. In questo assomiglia a un altro inimitabile: Ezra Pound.

 

Qual è il Borges che preferisci? Quello dei racconti, delle poesie, dei saggi, delle critiche (letterarie o cinematografiche) o delle conversazioni? Qual è secondo te il maggior contributo di Borges nella storia della letteratura? Che cosa rimane e rimarrà della sua poliedrica esperienza?

Borges va preso in blocco, nulla della sua attività è “minore”. Come ha scritto Octavio Paz, «ha coltivato tre generi: il saggio, la poesia, il racconto. Ma la divisione è arbitraria: i saggi si leggono come racconti, i racconti sono poesie e le poesie ci fanno pensare come se fossero saggi». Tuttavia, costretto a esprimere una preferenza, sceglierei il Borges poeta. Perché quando scrive in poesia Borges è sincero, mentre in prosa è il magnifico re dell’artificio, il giocoliere dalle mille maschere. Il suo esempio – ineguagliabile – e il suo magistero riguardano la concezione del tempo: la capacità di esprimere l’eternità nell’istante. In questo è davvero discepolo di Macedonio Fernández, il quale asseriva che «ogni situazione percepita, per quanto insignificante rispetto alla durata o all’intensità, rappresenta la totalità dell’interrogazione metafisica». Con parole più semplici, Oscar Wilde costatava che in ogni momento della nostra vita, ciascuno di noi è tutto ciò che è stato e tutto ciò che sarà.

 

Dal punto di vista filosofico e – perché no? – spirituale, Borges, secondo te, fu un nichilista, uno scettico o un credente? O addirittura un cattolico?

L’eclettismo di Borges lo rende inclassificabile, anche se egli non ha mai nascosto la sua predilezione per Schopenhauer, il che indurrebbe ad accostarlo al nichilismo. E tuttavia egli dichiarò che i suoi tre libri prediletti, quelli che avrebbe voluto salvare a ogni costo, erano la Bibbia, la Divina commedia, e il Don Chisciotte: guarda caso, proprio la parola di Dio e due opere fra le più aperte alla trascendenza. Del resto, volle un funerale ecumenico, ma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, avvenuta il 14 giugno 1986, si era più volte intrattenuto con un sacerdote cattolico.

 

Il mondo creato da Borges in tutta la sua “parabola”, in cui vita e scrittura quasi si confondono (un mondo fatto di labirinti, spade, tigri e biblioteche), può apparire come uno schermo che il poeta cieco ha voluto creare tra sé e la realtà, quasi per difendersi dalle ferite della vita. Questo aspetto non rende la poetica di Borges un po’ fredda, razionale, disincarnata e alla fine sterile o impotente? Il ruolo del poeta non dovrebbe invece essere quello che vive “un corpo a corpo” con la realtà, che vi si immerge completamente, spirito e corpo, e non una mera vivisezione della vita, per quanto raffinata e arguta? Borges è stato anche accusato di disimpegno politico e sociale. Forse questa accusa ha pesato anche sulla mancata assegnazione del premio Nobel. Che cosa pensi del caso Borges in particolare, e della questione generale della poesia e dell'impegno?

A proposito del Nobel, il vecchio Borges ebbe una delle sue fulminanti battute: «Il Nobel? Ma non me l’hanno già dato?». E, viste le più recenti assegnazioni dell’Accademia svedese, si può considerare un onore, per un letterato, non aver ricevuto il Nobel. A buon conto, non si possono imporre programmi o “impegni” ideologici alla poesia. Il “disimpegnato” Montale delle Occasioni si è rivelato efficace oppositore del totalitarismo fascista, e le poesie “politiche” di Neruda non reggono il confronto con le sue poesie d’amore. Ancora con Paz, possiamo dire che le poesie di Borges «hanno l’eleganza di un teorema e la verità di creature vive». Sono poesie che non rifuggono il pensiero. Quanto alla politica, egli – che pur riteneva la democrazia «un curioso abuso della statistica» – fu uno strenuo oppositore di Perón, tanto che solo dopo la caduta di costui (1955) fu nominato direttore della Biblioteca nazionale di Buenos Aires e la sua fama, già ampia all’estero, cominciò a consolidarsi in patria.

 

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