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 Conversazione con Davide Sapienza

Conversazione con Davide Sapienza

di Giancarlo Susanna E' un itinerario davvero particolare, quello di Davide Sapienza, un critico noto soprattutto agli appassionati di musica rock che da qualche tempo ha deciso di abbandonare questo ambito di intervento culturale per dedicarsi ad altre tematiche. "Nato in un giorno di fine giugno del 1963, l'anno in cui il mondo conobbe i Beatles", come scrive lui stesso in una scherzosa autobiografia, Sapienza sta per pubblicare con BaldiniCastoldiDalai il suo "primo libro solista", I diari di Rubba Hunisdh, nato dall'immaginazione e dalle sue avventure tra le montagne in Italia, Islanda, Norvegia, Perù, Scozia e Isole Ebridi. Sarebbe troppo lungo elencare in questa sede le testate giornalistiche, radio e televisive per cui ha lavorato, ma non possiamo dimenticare la sua opera di traduttore di testi di artisti e gruppi come U2, Simple Minds, Waterboys, The Doors o Guns n' Roses. Tra i suoi libri pubblicati da Giunti segnaliamo almeno: Kurt Cobain: Nirvana Blues (1995), Smashing Pumpkins (1996), Sonic Youth, I Testi (1997), Jimi Hendrix: Le sedute di registrazione (1997), Neil Young, Opera Omnia (1997). Con l'alpinista Renato Da Pozzo ha pubblicato Storie di Aria, di Spazio e di Luce (Ferrari Edizioni, 1997). Ha curato libri dedicati agli Indiani d'America per Frassinelli e Selene, seguendo poeti nativi per reading e conferenze in giro per l'Italia. Con lui abbiamo parlato soprattutto di musica e letteratura, anche se il discorso si è spesso spostato su altre sue passioni: i viaggi, la montagna, la natura... D. Ci puoi accennare qualcosa del libro su cui stai lavorando? R. Come sai, dal 1998 ho lasciato l'attività di critico musicale. Nei quindici anni di scrittura giornalistica che avevo praticato su riviste specializzate e non, radio, tv, quotidiani, ho pubblicato oltre dieci libri dedicati alla musica, alcuni anche piuttosto famosi. Ma sin dai miei inizi professionali, sapevo che attorno a una certa età, avrei "mollato" e seguito solo la via della scrittura "libera", non a tema. Il libro che sto per pubblicare dopo l'estate, ha preso spunto da una importante spedizione del 1997 in Norvegia (la mia seconda patria!), nel circolo polare artico, e da un viaggio con questo alpinista-esploratore nel 1995 in British Columbia. Lì avevo solo un ruolo logistico, ma vivendo in montagna dal 1990 e amando il territorio smodatamente, da lì ho intravisto la strada da prendere: come sviluppare attraverso il "muovermi" fisicamente nel territorio una maniera per descrivere le incredibili e potentissime visioni che scaturiscono dal nostro "piccolo" corpo che fa da antenna per tutto quello che ci sta intorno, e che nel territorio non è mai mediato, è sempre e solo qualcosa che Esiste in maniera Perpetua. Questo libro, è un diario di viaggio con tanti MA: non è in ordine cronologico, non utilizza gli archetipi classici del libro di viaggio, è forse in realtà un mio modo di "usare" il territorio per trasformarlo in una grande distesa dove far scorrere le emozioni che sgorgano davanti alla Terra ma anche davanti alle galassie meravigliose dell'arte. Ecco perchè trovi una "journal entry" (ho sempre adorato queste due parole, "journal", per diario, "entry" per... mah, è intraducibile, no?) dove sono in Islanda, costretto in tenda tre giorni e tre notti da una bufera di neve a fine inverno, accanto a una riflessione su Lifehouse di Pete Townshend, non in senso critico ma in "quel" senso, seguita da un'osservazione sugli stambecchi delle Orobie, una salita in bicicletta durante un temporale al passo Pordoi con i fulmini che dipingono le Torri del Sella, un momento preciso della mia solitudine nelle isole Ebridi che scuote la mia vita e mi regala il titolo del libro...Diciamo che "I Diari di..." è un po' una "scusa" come la Sgt. Pepper's dei Beatles e la sua reprise: ho creato un involucro a posteriori per dare un senso di unità a qualcosa che, nei canoni classici della scrittura, non lo ha. Mi diverto a chiamarlo "il mio primo libro solista". E non voglio dimenticare che per oltre vent'anni ho scritto poesie e che continuo a farlo e che dovrà arrivare anche una raccolta di esse. D. Cosa pensi dei critici musicali che si cimentano con la narrativa? Da qualche settimana è uscito Hobo di Massimo Cotto, per esempio. R. Non avendo mai, in generale, giudicato il talento delle persone secondo i loro ruoli sociali, mi interessa soltanto vedere cos'è il risultato di uno sforzo creativo. Se la critica musicale in Italia non fosse quello che è (cioè poca cosa, in genere, con le dovute eccezioni), direi che si tratta semplicemente di una cosa "simile" negli intenti. Invece la banalizzazione dei mezzi di informazione musicale, anche di quelli "specializzati", la mancanza generalizzata di approfondimento, fanno sì che una persona come Massimo, per esempio, abbia - credo - sentito la necessità di esprimersi "sulla lunga distanza" (anche se pure lui di libri musicali ne ha fatti tantissimi). Il mio caso lo vedo diversamente. "Durante" la mia carriera ho pubblicato diverse cose "extra" avevo curato traduzioni e libri dedicati a poeti nativi come John Trudell e Lance Henson, l'edizione italiana di Nello spirito di Cavallo Pazzo di Peter Matthiesen (dal quale era stato tratto Cuore di Tuono, il film, e Incident a Oglala il documentario, entrambe di Michael Apted), fatto reading con Trudell ed Henson, fatto io stesso alcune reading di mie poesie (pensa, la prima della mia vita, all'Earth Day di Albany, Stato di New York, la città natale di Herman Melville, nell'aprile 1991... se pensi che Moby Dick è stato il libro "base" della mia vita... ). E nel 1997 Storie di aria, di spazio, di luce assieme all'alpinista Renato Da Pozzo, che mi ha "rivelato" l'autore e il libro che hanno illuminato il percorso che ho intrapreso proprio in quel periodo: Barry Lopez con il suo Artico, capolavoro assoluto per chi vuole esplorare "il rapporto tra immaginazione e territorio". In questi anni, mi è stato chiesto di tornare sui miei passi, ma non mi interessa, anche perchè in generale l'editoria musicale italiana (e tu sai che io ho fatto parte, in un ruolo importante, della migliore casa editrice musicale dal 1984 al 1994), non riconosce gran dignità agli autori, ai curatori, ai traduttori. Secondo loro, tradurre una canzone va pagato a cottimo come posare mattonelle. Assurdo. Io ho "chiuso" con il libro del 1997 con tutti i testi e le traduzioni di Neil Young e un'introduzione storico-critica di cui vado molto fiero, il tutto assieme a Marco Grompi. In due, tre milioni di vecchie lire lorde. Fatevi voi i conti. Quindi, se uno non può vivere di quella cosa, quella cosa inevitabilmente non potrà farla con continuità ad alti livelli espressivi, ma solo saltuariamente: io nel 1997 scrivevo articoli, facevo consulenze discografiche, e per quel libro ci abbiamo messo un anno. Ma uno sforzo così non puoi farlo tutti gli anni se ci tieni davvero a dare il meglio. La professionalità, come sai, per me è un fattore chiave. D. E degli scrittori che fanno il percorso contrario? Vedi Nick Hornby o Hanif Kureishi... R. Per me è un discorso più semplice: da quando sono ragazzino, mi domandavo come mai così pochi libri fossero "intrecciati" al rock, alla musica popolare in genere. Poi, dalla tua e dalla mia generazione in avanti, questo è diventato un "fattore di vita" diffusissimo e la cosa è accaduta in maniera naturale e ne sono davvero felice. D. E i musicisti che scrivono romanzi? Americani, inglesi, canadesi e anche italiani. Mi rendo conto che una domanda molto vasta, ma puoi indicarci almeno quelli che ti piacciono di più. R. Il più grande poeta, secondo me, è stato Jim Morrison, assieme a Leonard Cohen. Ci sono artisti che sono poeti e narratori a tutti gli effetti, penso a Neil Young, a Bruce Cockburn, penso a Pete Townshend, ma anche a Ray Davies che con il suo libro X-Ray e con l'album Storyteller ha dimostrato di avere doti narrative straordinarie. In Italia, facile dirlo, ma penso a De Andrè, però anche alla "quotidiana poesie" di Mogol degli anni '70, una "narrazione" dell'Italia meno in prima linea e più bistrattata, ma reale. Però sto divagando...Ripeto quello che ho detto prima, se una cosa mi stimola ed è interessante non mi pongo dei pregiudizi sul "chi" la fa. Addirittura posso amare molto una canzone di un artista che non mi ha mai comunicato nulla, perchè credo che quando qualcuno tocca un "picco", sia bello riconoscerlo e farsi "benedire" dalla Bellezza. D. Credo si possa concludere dicendo che la critica musicale ti è andata sempre un po' stretta. R. Sì, la critica musicale mi è sempre andata un po' stretta, ma anche perché io sono una persona esuberante coinvolta in tante cose. Per me c'è solo un'unica "trama", la (mia) vita, la Bellezza, la mattina mi sveglio e vedo quella che io chiamo La Grande Mamma (la Presolana, una montagna dolomitica alta 2500 metri, la mia vera casa). Ieri ero in montagna in un ambiente selvaggio con la mia amata Cristina, e quando sono in quello "stato", devo dire che sento sempre e solo una cosa. Che è impossibile morire, se si cerca sempre e costantemente di "affermare" invece che di "negare" il flusso della Vita. La Musica, attenzione, non mi è mai andata stretta, anzi. Ma l'ambiente giornalistico, discografico, delle riviste musicali, quello sì. Troppa limitatezza di visione, di progetto, incapacità di rischiare, mancanza di coraggio, settarismo, insomma, piccolezza e poca bellezza, album usati come armi improprie per vendette trasversali "di tendenza": il tutto con i dovuti distinguo, come tu sai bene visto che ci si conosce da vent'anni... In sé, oggi, questo fa sì che escano articoli interessanti, editoriali magari stimolanti, ma che a causa di questa "piccolezza" della Visione, la stampa musicale in pratica non conti più nulla, non abbia effetti sul mercato, non sia da stimolo a dare dei "progetti" che portino anche distanti dall'assunto iniziale. Ti ricordi Fire , la rivista che creai negli anni '80 partendo dalla passione per gli U2? Quasi tutti i suoi collaboratori lavorano nella musica. Moltissimi lettori di allora, pure. Non mi interessa sapere che la pensassero come noi della rivista, mi interessa sapere che ho potuto creare un progetto che ha "ispirato" altre persone ad avere una Visione, un Sogno. Trovo gente che me lo dice ancora oggi, a tredici anni dalla fine di quell'esperienza. Ecco cosa voglio con questo libro, I Diari di Rubha Hunish. Ispirare la gente a capire che nonostante lo stato disastroso del Pianeta Terra, a causa dei suoi abitanti, basta volgere lo sguardo e subito ti può capitare di catturare un frammento del fluire infinito della Vita, un frammento di Bellezza (in senso profondo e anche estetico), l'opportunità giusta per dare una svolta alle cose che ti circondano e alla tua vita. Si tratta solo di saper cogliere le opportunità. Cantava Neil Young... "There's more to the picture, than meets the eye"...

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