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 <b>Coveri</b>: il genovese di De André

Coveri: il genovese di De André

di Valeria Merola A quasi vent’anni dall’uscita nel 1984, l’album Creuza de mä continua ad essere di grandissima attualità, anche dal punto di vista dello sperimentalismo linguistico. L’approdo al genovese rappresenta infatti un momento cruciale della produzione di De André, che scopre ed esplora il dialetto per recuperare in esso la storia della sua città e della sua gente. Come dichiara in una nota intervista di Cesare Romana, De André arriva al genovese attraverso una lunga ricerca dentro se stesso, volta soprattutto ad appagare quella che definisce una “voglia primordiale”: il desiderio di ricongiungersi con le proprie radici. Creuza de mä stabilisce poi un cambiamento significativo nella cultura musicale italiana, dando vita a una tendenza neodialettale, che, nei suoi risvolti sia cantautoriali e lirici, che contestatori e alternativi, continua ad essere molto attuale. Il linguista Lorenzo Coveri, docente dell’Università di Genova, che ha studiato il linguaggio delle canzoni e il rapporto tra parole e musica, sostiene che le canzoni dialettali di De André siano il prodotto di un’operazione intellettuale, da interpretare soprattutto in un’ottica socio-linguistica. “Chi, conoscendo il genovese, ascoltasse Creuza de mä, avrebbe l’impressione di una pronuncia da alloglotto, avvertirebbe immediatamente l’estraneità dalla comunità linguistica – afferma Coveri -. Non è in effetti pensabile che De André parlasse il dialetto, vista soprattutto la sua estrazione sociale alto-borghese, che poco si conciliava con la volgarità della lingua popolare”. Per quanto non dialettofono, De André decide di recuperare questa dimensione attraverso una ricerca linguistica, che compie da intellettuale, leggendo libri e ascoltando i racconti della gente. “Si tratta – continua Coveri - di un progetto costruito a tavolino, tra le pagine dei vocabolari ottocenteschi da cui Fabrizio rispolvera una lingua poco parlata, ma che si compiace di esibire, nella sua musicalità. Il genovese si presta infatti a soddisfare agilmente le esigenze metriche del linguaggio musicale, senza dover costringere la sintassi a tortuosi capovolgimenti. A differenza dell’italiano, che funziona solo dal punto di vista melodico, il dialetto consente la coincidenza tra la frase musicale e la cesura metrica, così rivelandosi estremamente flessibile. De André scopre le possibilità espressive fonetiche e metriche del genovese e ne sfrutta l’agilità delle parole tronche e l’esotismo dei suoni”. Nell’intervista rilasciata a Romana, De André dichiara che il dialetto gli consente di tornare all’antico, ma anche di esprimersi in modo popolare, con un idioma che ha il dono di avvicinare le classi sociali. L’uso del genovese gli offre la possibilità di entrare in una dimensione da cui l’italiano, lingua aulica e con una tradizione troppo letteraria, è bandito. Eppure, sostiene Coveri, “il genovese di De André è lontano dal purismo dialettale e dalle canzoni popolari in dialetto. De André non è un cantante dialettale e il suo genovese ha un effetto stridente, perché tradisce l’operazione intellettuale che lo ha generato, innescando nell’ascoltatore un senso di lontananza e di straniamento. La Genova cui allude la ricerca linguistica di De André, è una città inesistente, con una realtà filtrata attraverso la storia, ma non attuale. È la Genova portuale, la Genova delle colonie, del Mar Nero, del Mediterraneo: la sorella dell’Islam di cui parlava Fabrizio. L’uso del genovese ha quindi un valore soprattutto evocativo, di sonorità orientali e di una Genova più sognata che vera”. De André si diceva affascinato dalla ricchezza linguistica del genovese, che, nella sua mescolanza di termini turchi e arabi, conserva la memoria dei traffici mercantili e della vocazione mediterranea della città. Di qui l’esigenza di un album mediterraneo, che raccogliesse questa coscienza linguistica, esibendola e sfruttandone la suggestione. “Album come Creuza de mä e Anime salve rispondono ad un progetto Mediterraneo, che Fabrizio De André e Mauro Pagani elaborano in occasione di un viaggio in Turchia, nel 1983 – spiega Coveri -. L’uso del dialetto è però soltanto uno strumento per la ricostruzione di un’atmosfera che non è genovese, ma orientale. L’elemento fondamentale è il sound, che rimanda a Istanbul, al Libano, ad Atene, ma non a Genova”. A quest’effetto contribuisce del resto anche la scelta di inserire strumenti della tradizione islamica, greca, occitanica, che avvicina la musica all’oriente, ben distinguendola, invece, dalla dimensione folcloristica e vernacolare. “L’esperienza dialettale di De André non nasce da un’urgenza comunicativa – sottolinea Lorenzo Coveri - , ma da un felice esperimento culturale, che poco si concilia con una canzone popolare, che riflette le realtà contadine dell’entroterra ligure, come quella di Marco Cambri, giovane cantante genovese, che con il suo A curpi de pria rappresenta il modello opposto a quello di De André. La ricerca di De André era ad amplissimo spettro, come dimostra anche il plurilinguismo di Le Nuvole. In quest’occasione Fabrizio spazia dal napoletano al sardo, al tedesco e ancora al genovese, con agilità e curiosità intellettuale, mescolando stili e registri. Eppure riuscendo a ricreare sempre lo stesso effetto, di omaggio alle diverse lingue e culture”.

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