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 Eraldo Affinati: Domix o Matrix?

Eraldo Affinati: Domix o Matrix?

Futuro e memoria attraverso i generi. Intervista di Claudia Bonadonna all’autore de Il nemico negli occhi.

 

Non uno scrittore di fantascienza, Eraldo Affinati, no davvero. Piuttosto uno che ha fatto di storia, identità e memoria il proprio credo poetico. Per esempio raccontando l’orrore nazista della deportazione nel celebre Campo del sangue, diario di viaggio, lirismo e ricordo da Venezia ad Auschwitz. Oppure, in tempi più recenti, portando in scena la vita coraggiosa e tragica del pastore protestante Dietrich Bonhoeffer: Un teologo contro Hitler, intransigente oppositore al regime e facitore di domande a tutt’oggi ineludibili. Urgenza della testimonianza ma anche grandezza del beau geste, dello slancio eroico del singolo contro il volto inumano del potere. Questa l’ossessione letteraria di Affinati. Sperimentata prima nei racconti di Uomini pericolosi (“Quelli che sognano di giorno”, come scrisse una volta il colonnello Lawrence: individui comuni oppure eccezionali che intrattengono rapporti difficili col limite imposto dalla realtà quotidiana) e declinata poi al futuro nell’inquietante scenario previsionale de Il nemico negli occhi. Qui, in un domani lontano e barbaro malgrado la perfezione tecnologica, il mondo vive diviso in due inarrivabili metà: un’elite privilegiatissima che domina dall’alto del Domix, la maestosa torre del comando posta al centro del quartiere romano Esquilino, e la maggioranza mesta e cenciosa che le sopravvive tutt’intorno. Una marmaglia subumana demotivata e rabbiosa, finché l’eroe Affo e la sua banda di giovani fedelissimi guerriglieri urbani non guidano l’assalto al palazzo del potere e, con la loro prevedibile morte, gettano un barlume di speranza verso la praticabilità di un mondo migliore. Sessant’anni dopo la realtà è più mite e Maria Rosaria Talanga, giovane e volitiva funzionaria del ministero degli Interni, viene comandata di ricostruire i fatti che la macchina dello Stato ha a suo tempo ripulito con spietata efficienza. La sua inchiesta sarà un tributo postumo e appassionato a quest’eroe dei poveri: Affo, il sopravvissuto a tutto - anche alla vita nelle fogne, anche al manicomio. Cultore del gesto epico, atleta dell’esistenza, campione di ardore e giovinezza. Colorato e forte come può esserlo solo chi ha conosciuto la disperazione dell’infimo. Orgoglioso e irredento. Cattiva coscienza di un passato che non vuole essere svelato. E che infatti viene prontamente messo a tacere. Ma Affo non si arrende. Allo scadere del secolo dalla rivolta al Domix, il suo fantasma visita e ispira la funzionaria ormai vecchia e dalla memoria malandata e affida alla pubblica visibilità della Rete i destabilizzanti risultati di quell’indagine. Ultima testimonianza, ultimo estremo, digitale atto di resistenza.

Con Eraldo Affinati in questa intervista abbiamo parlato di futuro e memoria e della flessibilità dei generi letterari alle necessità del dire storico.

 

Campo del sangue era un coraggioso tentativo di sposare la saggistica alla narrazione e ti è valso la finale al premio Campiello. Cosa ti ha spinto a lasciare i confortevoli territori dell'indagine del passato per spingerti in quelli meno accreditati (letterariamente parlando) dell'ipotesi sul futuro?

Credo che Auschwitz chiami in causa il futuro, ancor più del passato. Chissà, forse penso questo perché, quando osservo i miei scolari (insegno italiano e storia in un istituto professionale), mi chiedo sempre se io possa essere in grado di consegnare loro il testimone di una vera consapevolezza riguardo ai pericoli insiti nella nostra natura. Mi piacerebbe se ci riuscissi. Ecco la ragione per cui Campo del sangue, il libro che ricavai dal mio viaggio nel celebre lager, evocava un rapporto continuo fra ieri, oggi e domani. Andavo alla ricerca di corto-circuiti memoriali nel confronto mirato con gli scrittori e i cronisti dei massacri industriali novecenteschi, anche nel rapporto con la storia familiare (mia madre sfuggita alla deportazione e mio nonno fucilato dai nazisti) allo scopo di apprendere notizie sulla specie umana. La mia scrittura è tendenzialmente lirico-riflessiva, quindi sono portato per carattere ad attraversare con frequenza e facilità i confini dei generi.

 

Il nemico negli occhi si svolge nella Roma popolare dell'Esquilino e di via Merulana. Perché la scelta di un futuro così familiare? perché un'ambientazione così... gaddiana? perché un'attitudine così post-tecnologica?

Parto sempre da un'esperienza concreta che poi trasfiguro e deformo stilisticamente. Il nemico negli occhi narra la storia di una rivolta urbana all'Esquilino, il quartiere dove sono nato e cresciuto e dove ancora oggi vivo. Fra le pietre dell'Urbe imperitura posso dire di essere diventato adulto. Crescere tra le rovine archeologiche non è privo di conseguenze: il senso di vanità della storia che sento di avere potrebbe derivare da lì. Ho immaginato Il nemico negli occhi in un futuro prossimo venturo perché intendevo garantirmi la maggiore libertà espressiva possibile dando libero sfogo alle mie ossessioni. Quel futuro magari è il nostro presente. Il grattacielo Domix, uno dei centri simbolici del testo, sembra un parente povero delle Twin Towers che, all'epoca della pubblicazione del libro, erano ancora in piedi. Non ho mai pensato a Gadda, anche se sotto la casa in cui lui ambientò il Pasticciaccio passavo sin da bambino, quando non esisteva nessuna targa commemorativa.

 

Carpenter, Ridley Scott, Orwell, Philip Dick. Questi i primi nomi che mi sono venuti in mente leggendo Il nemico negli occhi. Ma anche DeLillo e certo avant-pop. Qual è stato l'immaginario letterario e cinematografico a cui hai fatto riferimento?

Io ho avuto una formazione molto letteraria, anche se provengo da una famiglia in cui non c'erano libri. Comunque da ragazzo idealmente mi sentivo Nick di Hemingway, Pierre di Tolstoj, un capitano di Conrad, un avventuriero di Jack London. Credo di essere stato anche Robinson Crusoue nella sua isola e Fabrizio del Dongo a Waterloo. Se non avessi avuto i miei scrittori, temo che avrei fatto una brutta fine. Il cinema è una passione solitaria. Nel Nemico negli occhi ci sono espliciti omaggi a Stanley Kubrick, Martin Scorsese, Terrence Malick, Andrej Tarkovskij: quest'ultimo, forse, è quello che più di tutti mi ha lasciato un'impronta interiore abbastanza forte. In particolare un film come Stalker mi è stato utile per riconoscere una parte di me stesso.

 

Mentre il classico romanzo di fantascienza indaga il rapporto tra uomo e tecnologia (le connessioni con la conoscenza e le macchine), tu sembri prediligere argomenti meno "di genere" e più inquadrati in un'ottica universale, o meglio storica: la legittimazione del potere, la lotta del singolo contro l'istituzione, la memoria...

È vero quello che dici. Per me la memoria è certificazione d'identità, il che mi porta a investigare nel passato le ragioni delle nostre scelte, presenti e future. Credo di non aver mai letto nessun romanzo di fantascienza in senso stretto. A meno di non considerare Poe, Kafka oppure Orwell autori legati a un genere. Penso che qualsiasi testo intenso mal sopporti catalogazioni troppo rigide, il che non significa, naturalmente, negare le necessità manualistiche di inquadramento. Ma se la letteratura è, come suppongo, un gran convegno di studi sulla vita e sulla morte, i discorsi che davvero contano sono sempre specifici e mai generali.

 

Affo è l'eroe puro, ascetico, muscolare, enigmatico. Un po' Spartacus, un po' samurai alla Mishima, un po'... Affinati...

Parlare di Affo significherebbe raccontare i fantasmi, le passioni di una esistenza. Si tratta del mio alter ego, non coincide esattamente con me, anche se non posso negare di avere molti tratti in comune con lui. La sua storia nasce con Soldati del 1956, il primo romanzo che ho composto: in quel libro si chiamava Il Comandante e aveva sotto di sé uno scritturale pronto a registrarne gli atti. Prosegue con Bandiera bianca, che in pratica è il secondo tomo narrativo: in quel libro guidava una rivolta all'interno di un ospedale psichiatrico. Il nemico negli occhi è la fine della sua trilogia: infatti Affo muore, colpito dalle sentinelle del Domix. È un uomo estremo, malato di sanità e giustizia, destinato quindi alle sconfitte più rovinose. Nutre una profonda passione pedagogica. Sempre nel mio ultimo romanzo, ho cercato di allontanarmi da questa icona immedesimandomi in Maria Rosalba Talanga, la protagonista femminile, nella quale pure ho trasferito altre parti di me stesso. Ora che Affo non c'è più, dovrò inventarmi un'altra controfigura.

 

La tua scrittura è densa e precisa, la definirei quasi antica (o comunque piacevolmente anacronistica in un contesto futuribile). Un'attitudine naturale o una scelta letteraria?

Scrittura antica è una definizione che condivido. Ci sento dentro qualcosa che mi appartiene: lavoro, applicazione, esercizio, fatica. Scrivere è un'operazione psico-fisica molto complessa e delicata, non si può improvvisare. Comporta una dedizione assoluta. Secondo me non inizia al tavolino, anche se lì trova la sua risoluzione, ma molto prima. È una questione di testa e di cuore. Scrivere significa anche aver scelto di vivere in un certo modo: gli scrittori, per citare un altro mio titolo, sono uomini pericolosi. In primo luogo nei confronti di se stessi. A loro difesa possiamo dire che non hanno avuto scelta. Non potevano fare altrimenti.

 

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