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 I mille volti del ritorno

I mille volti del ritorno

a cura di Stas’ Gawronski e Florinda Fiamma Nel cuore della comunità arbresh calabrese, si celebra – ogni anno – la “festa del ritorno”. Genitori e figli, costretti alla distanza per scelte migratorie dettate dal bisogno, si riabbracciano e celebrano la ritrovata unità familiare, ma anche il piacere della tradizione. A guidarci in questo rito annuale è Carmine Abate, autore del libro La festa del ritorno, edito da Mondadori e vincitore del Premio Selezione Campiello. Che cosa rappresenta il “ritorno” nel tuo libro? Guarda e ascolta la risposta Questo libro è la sintesi di vari tipi di ritorno. Da una parte il ritorno reale, che è quello di mio padre che rientrava dalla Francia, quando io avevo solo quattro anni, o più tardi dalla Germania, dov’è rimasto trent’anni. Poi c’è il mio ritorno attuale. Quindi questo libro, anche se non parlo in prima persona, è plasmato dai miei ritorni. L’ho voluto intitolare La festa del ritorno proprio per mettere l’accento sul lato gioioso del ritorno, inteso come festa. Mentre la nostalgia vuol dire dolore, io volevo sottolineare l’aspetto della gioia. Il bambino di questo libro, Marco, è felice quando torna il padre, così come sono felice oggi io, quando torno in questo paese della Calabria. Quali sono i personaggi di questa avventura? Guarda e ascolta la risposta Innanzitutto, un bambino di tredici anni che per la prima volta parla col padre, gli racconta veramente tutto quello che ha dentro, e un padre, che ascolta il figlio e allo stesso tempo gli racconta la sua vita all’estero. In qualche modo questi due personaggi sono complementari perché l’uno, il bambino, racconta la sua vita senza il padre, e l’altro, il padre, racconta la sua vita in Francia senza il figlio. Poi ci sono altri personaggi fondamentali, c’è anche un cane che si chiama Spertina: è un personaggio centrale del libro e riesce sempre a prevedere con un certo anticipo tutto quello che di grave sta succedendo e in qualche modo avvisa il ragazzo. C’è la madre di Marco, c’è Elisa, la sorella maggiore, che ha una storia d’amore complicata con un uomo più anziano, un uomo misterioso, così almeno viene colto dallo sguardo del bambino. Fondamentale, al pari di un personaggio, è lo sguardo del bambino: ogni volta che si posa sul mondo, lo reinventa. Marco riesce a cogliere la bellezza della natura in cui la storia è immersa. Questo libro, pur essendo dedicato allo strazio dell’addio – perché il padre dopo un periodo di cinquanta giorni trascorsi al paese, è poi costretto a emigrare nuovamente – è anche un libro sulla felicità dell’infanzia. È come se il padre riuscisse a trasmettere al figlio la bellezza della vita. Quindi la figura del padre è vista come quella di un eroe? Guarda e ascolta la risposta Il padre è una figura positiva: stranamente, pur essendo assente per la maggior parte dell’anno, è molto presente nella vita del figlio e della famiglia. Attraverso semplici frasi, dette in arbresh (albanese), riesce a inculcare dei valori di cui il figlio fa tesoro. Il figlio apprezza del padre soprattutto la coerenza e la dignità. All’inizio del libro è troppo piccolo per capire perché il padre parta, perché sia costretto a lasciare la famiglia per andare a lavorare all’estero; ma pian piano riesce a comprenderlo, attraverso il dialogo con il padre. Lui usa delle metafore “particolari” per spiegare al figlio la sua costrizione a partire. Gli dice così: «Immagina che un uomo senza scrupoli, un “bagasciaro” nato, ti punti la pistola alla tempia e ti dica: che fai, parti o premo il grilletto?». Il bambino non vorrebbe nemmeno rispondere davanti all’evidenza, ma piano piano capisce e risponde: «Parti». In questa frase è racchiuso il dramma dell’emigrato, che è costretto a lasciare la propria terra, non vuole farlo, ma la società, la mancanza di lavoro e una certa classe politica lo costringono a farlo. Questo resta nell’emigrante per sempre, è una ferita che rimane aperta.

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