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 Intervista a Marcello Veneziani

Intervista a Marcello Veneziani

di Stas' Gawronski Guarda e ascolta un estratto dall'intervista video Qual è, secondo lei, la ricetta migliore per portare i libri in televisione? Io partirei da una duplice considerazione: da una parte, dovremmo accostarci al problema con disincanto e non aspettarci grande cose, dall’altra dovremmo impegnarci seriamente per portare i libri in televisione. Innanzitutto si devono sperimentare nuovi programmi, naturalmente su reti, canali e in orari compatibili con un processo di sperimentazione. Bisogna testare, provare linguaggi ed esperienze. Il risultato che si potrà ottenere in una rubrica o in un programma che valorizzi i libri è legato alla capacità di inserire i libri in un contesto vitale e di immetterli nelle situazioni del mondo; non astrarre il libro e portarlo in biblioteca, ma al contrario far regredire il libro alla fase creativa iniziale, portarlo nella vita, tra le persone, insomma, cercare in questo modo di rendere il libro una cosa viva. Uno degli obiettivi che si dovrebbe proporre una trasmissione televisiva sui libri è certamente quello di suscitare il gusto della lettura invitando i lettori a non leggere solo tra le mura domestiche, ma dappertutto, e quindi a portarsi il libro dovunque. Paradossalmente il libro può essere un rimedio al disagio che si prova per l’inefficienza di alcuni servizi pubblici se, per esempio, si legge un libro durante le attese dovute ai ritardi di treni, aerei e altri servizi. Che ruolo possono avere le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione, considerando l’importanza che assume il testo in un media come Internet? Bisogna innanzitutto cogliere l’antagonismo per identificare i punti d’incontro tra diverse tecnologie (anche se Internet, come la televisione, è stato un mezzo formidabile per allontanare il pubblico dai libri). Partendo da questa considerazione, dobbiamo individuare una conciliazione tra mezzi così diversi. Credo che quando si definisce il libro un “supporto cartaceo” rispetto al video, si uccide il libro. Se, invece, si riuscisse, non dico a invertire i termini, ma a considerare il video un “supporto vidaceo” della carta si valorizzerebbe l’incomparabile esperienza del leggere, del toccare, dell’annusare un libro rispetto alla possibilità di leggere un testo su un video. E poi ricordiamoci che sul video si può leggere una notizia, ma non certo un libro intero. Per promuovere la lettura, non si potrebbe utilizzare il patrimonio di testimonianze di lettori importanti (scrittori, giornalisti, editor e, in generale, persone del mondo della cultura) contenute negli archivi televisivi della Rai? Sicuramente il grande patrimonio di immagini della Rai dovrebbe essere valorizzato molto di più di quanto sia accaduto fino ad oggi, ma credo che si debba anche animare questo archivio. In altre parole bisogna saperlo sceneggiare, non semplicemente riproporlo e trovare situazioni – come spesso avviene felicemente sul palinsesto di Rai Educazione – che consentano di dare a queste immagini del passato un contenuto di prospettiva e di apertura verso il presente, in modo da interpretarle creativamente e criticamente, non soltanto riproporle come antologia del tempo che fu. Questo significa che i libri hanno bisogno di autori televisivi creativi, capaci di coniugare immagini di repertorio, letture di testi e interviste? Sì, parlare di un libro in tv è come scrivere un libro, un atto creativo uguale per lo meno a chi scrive un libro. Il libro non è una realtà da proporre parassitariamente in televisione, ma è qualcosa da reinventare. Soltanto in questo modo è possibile trovare una forma di sinergia e di attivazione reciproca del piacere della lettura e del piacere della visione.

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