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 Intervista a Piero Dorfles

Intervista a Piero Dorfles

di Stas’ Gawronski Guarda e ascolta un estratto dall'intervista video D: Quali sono i rapporti tra il libro e la televisione? È possibile parlare di libri in tv? I rapporti tra il libro e la televisione sono sempre stati piuttosto ruvidi. In realtà nel tempo si è scoperto che la televisione in quanto linguaggio specifico può anche avere a che fare con il libro, e quindi che si può inserire il libro, il suo ambiente, i suoi critici, dentro il circuito televisivo. Il nostro è un paese di pochi lettori – meno del 5% della popolazione – contro la maggioranza di spettatori della televisione –il 90% della popolazione- e i due pubblici non coincidono. Qual è il problema? Non si può nascondere il libro ai grandi spettatori della televisione e contemporaneamente non si può fare una televisione dedicata solo a quelli che leggono (sarebbe una comunicazione d’élite). Come si può allora riuscire a parlare di libri? Intanto infilando i libri nei posti in cui abitualmente non ci sono. Noi parliamo continuamente di quello che succede nel mondo, il mondo viene raccontato da studi, da romanzi, da strumenti interpretativi, che, chissà perché, nessuno cita mai. L’altro modello è quello di riuscire a trascinare chi ci sta ad ascoltare, sia pure capziosamente, verso il testo iniziale. Quali sono i testi? Per esempio quelli che hanno costituito la base di tanti film, quelli che aiutano a capire che cosa abbiamo intorno, quelli che raccontano i grandi temi con cui ci scontriamo ogni giorno. Questo vuol dire anche il confronto con le culture diverse, il viaggio. Tutto questo nei libri c’è, ma la televisione non lo cita mai. D: Parliamo della scuola. La lettura è un’esperienza che coinvolge se il lettore riesce ad emozionarsi e ad incarnare la vicenda. Quanto sono importanti la scrittura di storie, la lettura espressiva, la recitazione, nella scuola? R: La scuola ha a disposizione una serie di strumenti. Credo che non si debbano porre limiti nell’uso del libro, così come non si devono porre nella lettura personale. Come ogni studente si mette in relazione con il libro, ha modo di provare quelle emozioni che possono trascinarlo fino in fondo, per farlo diventare un appassionato lettore, così ogni insegnante avrà il suo modo di avvicinare il suo pubblico, per trasformare l’esperienza della lettura in una grande conquista. Qui credo che valga qualsiasi metodo: dalla rappresentazione teatrale alla visione di filmati, all’accompagnamento della visione di ciò che il testo può significare nella nostra vita quotidiana. Si deve trovare il modo di dimostrare l’attualità del libro e la sua inerenza nella nostra esistenza di tutti i giorni. L’insegnante dovrebbe riportare l’attenzione sul fatto che l’esperienza umana è sempre la stessa. Tutti gli strumenti vanno bene, purché si sia, non dico innamorati di questi mezzi, ma almeno consapevoli. D: Recentemente c’è stata una polemica in merito alla narrativa italiana, sulla difficoltà di raccontare delle storie, preferendo piuttosto fare critica sociale. Mentre il cinema anglosassone va verso i racconti epici, come Il signore degli anelli e Troy. È una questione di mancanza di storie? R: Il fatto che in Italia si legge poco non dipende dal fatto che non si pubblica abbastanza, anzi. Non credo nemmeno che il problema sia quello della mancanza di testi di qualità, perché ne esce qualcuno tutti gli anni. Non illudiamoci: anche quelli che talvolta ci sfuggono, possono sembrarci poco interessanti, talvolta contengono qualcosa. Se c’è un difetto nella narrativa italiana, non è tanto quello della sostanza, di quello che si racconta, della capacità di narrare quello che abbiamo intorno, quanto quello del rapporto con il pubblico. Il rapporto con il pubblico non viene curato, non si fa attenzione all’edizione dei testi, ci sono libri lunghissimi, libri troppo brevi. Qualche tempo fa ho letto la lettera che Stephen King, il più ricco e prolifico scrittore del mondo, aveva scritto al suo editor. Tremebondo, King diceva “ti ho mandato le ultime cose che ho scritto, fammi sapere se è una schifezza oppure no”. Mi piacerebbe sapere se c’è un solo scrittore in Italia che ha questo tipo di rapporto con il suo editor, e quindi capisce che il problema principale non è solo di esprimere al meglio quello che ha dentro, ma di fare in modo tale che diventi uno strumento di comunicazione con il suo lettore, passando attraverso l’esperienza di chi questo lo fa di mestiere: imporre allo scrittore la dimensione più vicina a quello che può diventare pubblicabile. Per essere dei buoni scrittori bisogna confrontarsi con chi legge. C’è chi lo sa fare da solo e chi ha bisogno di farsi aiutare.

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