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 La poesia come stupore

La poesia come stupore

Interviste raccolte da Andrea Monda Aristotele afferma che la filosofia nasce dallo stupore (taumazein). Inoltre i primi filosofi greci, i presocratici, scrivevano "poeticamente". Qual è secondo te il rapporto tra poesia e filosofia? La poesia è uno strumento conoscitivo? O le due strade, magari unite all'origine, si sono giustamente divaricate e non si (devono) più incrociare? Damiani: Ma non so se le strade della filosofia e della poesia si sono mai veramente divaricate. Sono state vicine in molti momenti, non solo al tempo dei presocratici. Platone sì, se la prende con i poeti, ma quanto è importante Omero per lui e per gli altri postsocratici? Se poi consideriamo anche la civiltà orientale dobbiamo dire che poesia e filosofia sono state ancor più vicine, se pensiamo che il Libro delle Odi, cioè l’antologia dell’antica poesia cinese, è un testo del canone confuciano, e alla filosofia confuciana i poeti delle varie epoche si sono sempre ispirati (mentre i pittori si ispiravano prevalentemente al Taoismo). Confucio dedicò gran parte della sua vita alla raccolta e allo studio della poesia antica, ed elaborò la teoria secondo la quale solo i poeti possono governare, poiché solo essi sono i veri sapienti. Dunque possiamo dire che la poesia non solo è uno strumento conoscitivo, ma che essa è sapienza forse prima ancora che memoria e canto. E questo vale non tanto per la poesia “ filosofica”, ma spesso proprio dove essa si mostra più semplice e dimessa, legata al quotidiano. Petrarca ha scritto poesie d’amore, eppure è il creatore del movimento umanistico, colui che getta le basi culturali e filosofiche di tutta la civiltà rinascimentale. Rondoni: Più che uno strumento conoscitivo, penso che la poesia, nel suo fenomeno di parole armonizzate musicalmente, come diceva Dante, sia un modo di esprimere una conoscenza pienamente ragionevole del mondo. Intendo per "pienamente ragionevole" la tensione di massima apertura dell'umano al reale, non solo secondo metodi che privilegiano l'analisi e la misura, ma anche l'intuizione e l'analogia nei suoi vari gradi. Perciò la poesia, che non nega ciò che l'analisi può cogliere nei fenomeni, tende a riconoscere un legame tra l'io e la realtà che è "di più" della conoscenza analitica. Insomma, la poesia esprime il nostro commuoverci con il mondo, la nostra appartenenza al suo movimento misterioso. E' ciò a cui arriva anche la filosofia più alta. Ma lo esprime per concetti, tranne ricorrere da sempre al linguaggio poetico quando la gara si fa dura... Poesia e stupore, poesia come stupore. Se guardiamo la poesia del '900 non sembra prevalere l'altra, opposta, "coppia": poesia come angoscia, come impotenza, smacco, fallimento? O c'è ancora spazio, nel XX come nel XXI secolo per una poesia "stupenda"? Damiani: Se guardiamo con l’ottica delle storie letterarie nel ‘900 prevale senz’altro il tema dell’angoscia. C’è però un altro filone, che le storie letterarie stesse chiamano “antinovecento”, dove prevale lo stupore, e che in Italia comincia con Pascoli e continua con Saba, Penna, Caproni. Se poi pensiamo che vi è molto stupore, oltre che angoscia, in Ungaretti e Sbarbaro, ecco che nel cosiddetto antinovecento italiano confluiscono tutti i più grandi poeti del novecento, e dunque l’antinovecento viene a coprire l’intero novecento, ribaltando il significato che le storie letterarie gli hanno dato. Per quanto riguarda “impotenza, smacco, fallimento”, potremmo dire che compaiono a inizi novecento con i crepuscolari, ma poi dilagano nel secondo novecento fino all’afasia, tant’è che il secondo novecento appare un deserto in confronto al primo. Ma, sempre continuando a ragionare nell’ottica delle storie letterarie, insieme a “impotenza, smacco e fallimento” aggiungerei il tema del ludico, del goliardico, che riguarda le prime avanguardie e poi gran parte del secondo novecento. E’ questo un tema essenzialmente ideologico, come era stato per i goliardi medievali, gli studenti. E’ un tema triste, che non fa ridere, e che fa da pendant - questo le storie letterarie non lo dicono - alle grandi ideologie totalitarie. Rondoni: La poesia è un fenomeno umano. Vive del tessuto dell'esperienza di chi la scrive e della cultura in cui vive. E non c'è dubbio che la cultura dominante in questo tempo che non è peggiore ma che è più "orfano" di altri, sottolinea il senso dell'angoscia che quello dell'avventura stupita del reale. Togliete a un bambino il padre e crescerà probabilmente più pauroso e ansioso. Ma ci sono voci e segni che al contrario non hanno cessato di invitare al viaggio della vita come rischio avventuroso, senza pregiudizio negativo, senza patire una orfanità preventiva. I nomi di Marinetti, Ungaretti, di Luzi di parecchi altri si affollano alla mia memoria. E anche nella percezione di una grande angoscia non mancano, ad un orecchio libero, i segni di una grande nostalgia di stupore, e di vita, sì,di vita che sorprenda. Borges diceva, citando Chesterton: "tutto passerà, rimarrà solo lo stupore, lo stupore per le cose quotidiane". Borges e Chesterton (due poeti tra l'altro molto "filosofi"), ma accanto vengono in mente altri nomi, quelli di Whitman, della Dickinson e di Peguy... è lo stupore il filo rosso che tiene insieme queste così diverse personalità ed esperienze? Damiani: Penso che lo stupore tenga insieme tutta la letteratura. Specialmente lo stupore per le cose quotidiane, le cose vicine. Come dice Pascoli nel Fanciullino, uno dei trattati sull’arte più importanti dell’età moderna, la poesia allontana le cose vicine (per metterle a fuoco, per vederle, per toglierle da quella vicinanza eccessiva che le nasconde) e avvicina le cose lontane, ci familiarizza con loro (anche qui mettendole alla giusta distanza per poterle vedere). Nello stupore l’uomo tace. Eppure la poesia è lingua, stupore fatto lingua. Non è la lingua dell’uomo, ma quella delle cose; la lingua, per dirla filosoficamente, dell’essere. Mentre la poesia vede, e stupisce (e raccoglie, conserva, ricorda), l’ideologia è cieca, e vuole solo distruggere. La poesia, che non ha mercato, è oggi aspramente combattuta dalla nuova ideologia totalitaria del mercato. La poesia e la sua funzione educativa. Anche qui Pascoli colpì nel segno nell’indicare la vicinanza tra poesia e pedagogia (e la pedagogia è una parte della filosofia). Ciò che l’ideologia totalitaria del mercato combatte è l’educazione, che è fatta di dolce e amaro, perché è studio, mentre l’ideologia deve essere solo dolce. Il suo obiettivo, che è l’obiettivo di ogni ideologia, è la diseducazione (e vediamo come è ridotta oggi la scuola). Ma poesia e ideologia sono state sempre in lotta, la loro è una guerra cosmica, eterna. La poesia apparentemente perde sempre, ma alla fine invece, come dice Borges, è lei che rimane. Rondoni: Lo stupore di cui parlano costoro non è cosa da babbei. E' la più alta concentrazione di attenzione che una mente e un cuore umani -se non tra loro fratturati- possono esprimere di fronte al grandioso dato - dato! - dell'esistenza. Era così anche in Leopardi, fino a che non subentrava l'astioso annoiarsi... Perché quello stupore non tiene nel tempo, se non nei grandi genii. E perchè da secoli viene deriso... E nella poesia più vicina a noi, nel tempo (quella contemporanea) e nello spazio (in Italia), ci sono altri autori che praticano il sentiero della poesia intesa come stupore? Damiani: A partire dagli anni settanta è cominciato un cambiamento di rotta verso la dicibilità il canto etc., ossia un ritorno alla poesia. Un pubblico però, già scarso e poi ulteriormente decimato e messo in fuga prima dall’ermetismo e poi dalla neoavanguardia, non si è ricreato, complice anche un’editoria miope e ideologica. Nella semiclandestinità, a cui però la poesia è abituata da sempre, sono apparse proprio sul fronte dello stupore, della chiarezza, del quotidiano voci di giovani come Salvia, Fiori, Rondoni, Anedda, Dal Bianco, Donati. C’è un chiaro richiamarsi in loro all’antinovecento, ma anche una rilettura dei classici, antichi e moderni. Rondoni: Mi verrebbe da dire tanti. Lo stupore non è né un tema, né un atteggiamento che ricavi da un'analisi filologica o di laboratorio. ma credo di vedere in tanti testi - se letti senza preconcetti ideologici - le tracce di quel colpo, di quella impronta che la realtà lascia in chi la "onora", per dirla con Auden. Certe poesie di Mussapi, di Conte, dello stesso febbrile De Angelis, di Damiani, di Albisani, di Lauretano, della Donati... Ma i nomi, ripeto, son tanti, e ciascuno diverso per stile e storia. La poesia italiana nasce con la Lauda, che affonda le radici nella dimensione dello stupore e della riconoscenza. Guardando indietro, fino ad oggi, la storia della letteratura italiana si può dire che non si è mai perso questo aggancio con quelle radici? Damiani: Non si è mai perso e non si può perdere. Ci possono essere momenti di calo, di oblio (il ‘600, il primo '700, il secondo ‘900), ma San Francesco marchia a fuoco la poesia italiana al suo nascere con quella laude mirabile, gli stilnovisti poi, Dante e soprattutto Petrarca portano l’italiano a lingua universale, lingua della poesia, del canto, dell’educazione, della civiltà. Musicalità, chiarezza, naturalezza, essenzialità, stupore, riconoscenza, tornano continuamente, pur se in forme sempre nuove, ogni volta assolutamente uniche. Tornano nel ‘900, come ho già detto, con i poeti più grandi: Pascoli, Ungaretti, Sbarbaro, Saba, Penna, Caproni. Rondoni: Si è perso, si perde milioni di volte. Ogni volta che la poesia invece che essere espressione di uno sguardo che tenta di metere a fuoco la vita diviene riflessione umbelicale, o specchio di vanità, o gioco verboso. Ma milioni di volte si recupera, a volte in latitudini stilistiche strane, lontane tra loro... La poesia italiana nasce tra l'altro con il Cantico delle creature di Francesco. Quel cantico, quel privilegio dato al senso di creaturalità continuamente ricompare, riemerge, Perché è una verità della esperienza, non un acquisto intellettuale o poetologico...

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