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 La poetessa e il bandito

La poetessa e il bandito

intervista di Claudia Bonadonna Una trama intrecciata di autobiografia, quella di Cargo di orchidee. Quanto conta la sua vita al limite a fianco del bandito e scrittore Stephen Reid nella “pubblicità” della sua scrittura? Vorrei poter dire nulla, ma ovviamente non è così. La gente mi legge perché sono in qualche modo un personaggio. E’ una cosa di cui sono perfettamente consapevole e che accetto. In fin dei conti qualsiasi ragione spinga il pubblico verso il mio romanzo è buona. Certo, a volte mi intristisce il pensiero che venga posta più attenzione su di me che sulle mie pagine, perchè sulla scrittura ho fatto un grande investimento. Emotivo, esistenziale… professionale, perfino. Ma viviamo in un mondo che coltiva il culto della personalità e certe cose difficilmente possono essere cambiate. Mi consolo sapendo di aver lavorato duramente su questo così come su tutti gli altri miei libri. Di amare la scrittura comunque e al di sopra di ogni cosa... La sua protagonista, volutamente senza nome, è uno strano miscuglio di forza e tenerezza… In questo sono molto io. Sono sempre stata in lotta con la vita e ho sempre cercato di non esserne sopraffatta, di mantenere uno sguardo puro… tenero, direi, nei confronti delle cose. Ho vissuto situazioni impossibili, a volte pericolose, a volte difficili, a volte soltanto ridicole, spesso chiedendomi come avrei fatto a venirne fuori. Eppure eccomi qua, con la forza che mi dicono di avere ma anche con tutte le mie fragilità, i dubbi, le difficoltà… i motivi troppo labili per cui alzarmi dal letto certe mattine… Ecco, credo che proprio questo sia il fondo psicologico che muove i miei personaggi: una sorta di insopprimibile slancio vitale che li spinge ad andare sempre avanti, a sporcarsi le mani, ma anche a mantenere un fondo di morbida schiettezza. Sono troppo simili a me e alla mia vicenda? Ma un tocco di realismo, di umanità vera, è sempre necessario… è bello lasciare un po’ di vita nella letteratura… Buona parte della vicenda si svolge in carcere, nel braccio della morte, insieme alle amiche-nemiche Rainy e Frenchy… Ho fatto molte ricerche sulla vita nelle prigioni, ho intervistato detenuti e letto molti romanzi di argomento carcerario. Soprattutto mi interessava raccontare l’aspetto de-umanizzante dell’istituzione: i ritmi impossibili di vita e convivenza, la cancellazione di qualsiasi forma di dignità, la deprivazione emotiva e sensoriale… E dunque la disperata necessità dei detenuti di ricercare legami “vitali”, legami che fuori non sarebbero neanche pensabili. Così, nel libro, queste tre donne si ritrovano a condividere un’intimità nuova e straniante… tre donne che in qualche modo - forzosamente, perversamente - si confortano e si completano… che diventano una la controparte dell’altra… Il romanzo è anche un’esplicita denuncia contro la pena di morte… Sì, lo è. E questo ha causato qualche problema in America, dove è stato bollato come strettamente antiamericano. La cosa in effetti non mi dispiace, amo le storie controverse e mi sarebbe dispiaciuto se di questo romanzo si fosse detto che era solo un noir o una commedia nera. Quello che tollero meno è la tendenza del pubblico e dei critici americani a scegliere un’etichetta che elimina tutte le altre e condanna un testo ad un’unica prospettiva - in questo caso appunto quella dell’antiamericanismo. In Australia, per esempio, non c’è stata questa percezione; né in Italia, dove il dettato letterario è stato considerato al pari dell’impegno di denuncia… Ha detto di aver fatto un investimento “professionale” sulla scrittura. Quali percorsi di formazione, allora? quali fonti? Citerò tre autori e tre libri che ho molto amato: il Coetzee di Aspettando i barbari, Amatissima di Toni Morrison e la raccolta Being Dead del poeta inglese Jim Crace. Di loro adoro l’uso perfetto della lingua, la scrittura letteraria ma toccante… Intendiamoci, non sono una purista della forma. Mi piacciono le trame ben svolte e i personaggi avvincenti - anche in senso negativo. Spesso sono proprio queste le cose che ti legano alla pagina, che ti stimolano ad andare avanti. Ad un romanzo però chiedo qualcosa di più di un colpo di scena ogni tanto. Chiedo lo stesso che alla poesia: una scrittura imprevedibile, che insegni a vedere il mondo in un altro modo… Prosa e poesia, dunque. Territori che lei ha frequentato in egual misura. Con quali differenze? Lascio che la poesia racconti la mia parte più oscura e liquida, mentre nei romanzi abita la me stessa più estroversa e ironica, o anche semplicemente quella più arrabbiata e impegnata verso l’esterno. Verso le riflessioni sociali, per esempio, che mai mi permetterei di trattare in una poesia. E poi esiste la me stessa scrittrice di articoli e recensioni. Quella che si permette di ridere dei canoni e dei colleghi e che combatte con le date di consegna! Susan Musgrave Cargo di orchidee Meridiano Zero, pp. 288, euro 14,00 traduzione di Giuseppe Iacobaci

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