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 L'Epimostro

L'Epimostro

Intervista e traduzione dal francese di Valeria Merola Uscito in Francia all’inizio degli anni Sessanta, il romanzo di Nicolas Genka è stato al centro di una annosa vicenda giudiziaria. Nonostante l’interessamento di grandi personalità intellettuali, come Cocteau, Pasolini e Mishima, l’Epi monstre fu ritirato dal commercio nel 1962, a soli sei mesi dalla pubblicazione. La storia di Morfay e delle due figlie Mauda e Marceline sconvolse l’opinione pubblica dell’epoca, che non accettò il tema dell’incesto e della distruzione ad esso collegata. Dopo quasi quarant’anni, nel 1999 Exil, un giovane editore francese, ha deciso di riproporre il romanzo di Genka e la libreria parigina La Hune di Saint Germain des-Près ha sfidato i pregiudizi della cultura francese, dedicando all’Epi monstre ampio spazio tra i suoi scaffali. Realizzando un desiderio di Pasolini, che avrebbe voluto tradurlo in italiano, il romanzo scandalo di Nicolas Genka esce ora per i tipi dell’editore romano Fandango. Abbiamo incontrato Nicolas Genka alla Fiera del libro di Torino, nello stand della casa editrice Fandango, poco prima della presentazione dell’Epimostro. D: Ci può raccontare, in poche parole, la storia del suo romanzo, L’Epimostro? R: È difficile descrivere la storia del romanzo nei particolari. È la storia di un padre e delle sue due figlie. Ma non si tratta assolutamente di un romanzo allegorico: detesto i romanzi allegorici, e credo che si veda! Questo padre è un vecchio comunista, che ha rinunciato al comunismo. Egli ha sposato una donna tedesca, anche lei comunista. L’uomo si ritrova vedovo e rimane incredibilmente vittima di una passione incestuosa per le due figlie. Le due ragazze sono rappresentanti l’una della classe proletaria, Mauda, e l’altra della classe studentesca, Marceline. Quest’ultima è veramente una ragazza della sua epoca: Marceline è una studentessa lavativa, che non ha voglia di lavorare. Il dramma, il momento in cui questa vicenda raggiunge i toni della tragedia moderna, è nel rapporto di questo anziano comunista con le sue due figlie. Il pericolo che ne deriva è quello naturale. Eppure sullo sfondo c’è anche il tema della lotta di classe. D: Il suo è un romanzo familiare molto particolare, in cui la famiglia non viene rappresentata in modo tradizionale, ma nei suoi legami più torbidi. Perché una tale immagine della famiglia? Non è per caso una figura della società? R: Nel mio romanzo si assiste piuttosto al rovesciamento della società. La storia di Morfay si ricongiunge a quella della società. Morfay è spaventato, perché teme che la famiglia tradizionale stia per sparire. Per questo si rifugia presso Mauda. Quasi tutta la storia è osservata dallo sguardo di Marceline, che però non è presente in ogni momento. Mauda rappresenta il punto di vista della classe proletaria, mentre il vecchio comunista è il simbolo della revisione che arriva. D: La sua scrittura è molto particolare. Qual è la funzione della parola nella sua dimensione letteraria? R: È Rimbaud che mi ha insegnato a scrivere,è la Lettre des voyants, che mi ha fornito il modello per la scrittura. Ho sempre pensato che per vedere bisognasse spingere le cose verso la purificazione, verso il taglio prospettico, come sosteneva anche Cocteau. Lo stile è però il secondo stadio, mentre il linguaggio è la prima cosa, al punto da passare avanti addirittura al denaro. Tutte le nuove generazioni hanno concentrato la loro ricerca sul linguaggio. D: Nel suo romanzo, il lirismo sembra essere uno degli strumenti dell’investigazione dell’anima umana. In che modo? R: Il mio slancio lirico è piuttosto controllato, si tratta piuttosto di un lirismo interiore. Ho iniziato a scrivere quando avevo quindici anni, ma ero terribilmente letterario. È stata la guerra d’Algeria a cambiare il mio modo di scrivere in prima persona. Le ferite della guerra mi hanno molto condizionato. Ho rifiutato la guerra, come tutta la mia generazione. Mia madre era una comunista tedesca, ed è morta giovane, in Bretagna. Come vede ci sono delle analogie tra la storia di Morfay e la mia! La mia vicenda è tuttavia molto rielaborata, anche con l’insegnamento di Céline. Céline diceva giustamente “bisogna accusare e accusarsi”. L’Epimostro è una sorta di tragedia moderna. È un romanzo, ma tocca anche il teatro e il cinema. Un giovane cineasta parigino ha letto il mio romanzo come se fosse una tragedia. D: Ha nominato Céline, che cosa ne pensa? È stato indicato come uno dei suoi modelli... R: Amo Céline, anche se detesto il suo lato antisemita, a cui non credo. Purtroppo l’ho letto troppo tardi. D: In conclusione: ci vuole dire qualcosa sul problema della censura? R: La censura alla mia opera non è minimamente cambiata, è la stessa dal 1964. La cultura borghese francese non ha mai dimenticato questo libro, non me lo perdonerà mai. Il processo è durato sei anni, senza grande pubblicità. Avevo uno dei maggiori avvocati di Francia, ma non siamo ugualmente riusciti a vincere. Nicolas Genka, L’Epimostro, Fandango 2004, pp.153, euro 12,00, traduzione di Luca Scarlini, prefazione di Jean Cocteau.

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