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 L'intervista a The Believer (parte I)

L'intervista a The Believer (parte I)

Quello che segue è uno scambio di e-mail con Wallace, anche se non è andata proprio così. Le domande sono state spedite per mail a Wallace, che poi se le è portate a casa, ha scritto le risposte sul suo computer - che non ha la connessione a Internet - ha stampato le sue risposte e le ha spedite. Come vedrete, l'intervista avrebbe potuto e forse dovuto essere più lunga. Nelle settimane precedenti la stampa di questo numero, sia Wallace che il suo intervistatore erano sempre in viaggio, quindi abbiamo fatto del nostro meglio. Credo siano più o meno seimila parole. È una buona lunghezza. THE BELIEVER: Direi che potremmo cominciare chiedendoti cosa ti ha spinto a scrivere Everything & more: è stata una tua idea o ti è stato chiesto dalla Norton di affrontare l'argomento per la serie Great Discoveries? E se puoi rispondere a questa domanda, hai accennato al telefono che hai scritto Everything and more "due libri fa", intendendo con ciò che nel cassetto della tua scrivania ci sono al momento altri due libri finiti di Wallace. Ne puoi parlare? DAVID FOSTER WALLACE: Ti darò la versione breve. Si tratta fondamentalmente dello stesso concetto della serie Penguin Lives (collana di biografie di personaggi eccellenti della Penguin, ndt). Stavano preparando una nuova serie in cui gente non specializzata scriveva di roba seminale di matematica e scienza, e mi hanno scovato in Texas (lunga storia) e mi hanno incastrato nel progetto credo nell'estate del duemila. A scuola avevo fatto un po' di filosofia della matematica e in seguito avevo mantenuto lo stupido hobby di leggere (senza un criterio sistematico) libri sull'argomento, per cui trovavo l'idea di scrivere qualcosa di non letterario sulla matematica abbastanza attraente. (Ci sono alcuni dati tristi e incidentali su quanto mi stava andando male il lavoro nell'estate del 2000 sugli altri fronti, e quanto benedicessi l'idea di fare qualcos'altro per un po', ma su questo per lo più sorvolerò.) All'Illinois State University la mia stanza era vicina a quella di un tizio che insegnava scrittura tecnica, e dopo aver letto un po' del materiale che usava per le sue lezioni e aver origliato le conferenze coi suoi studenti, avevo iniziato a interessarmi alla scrittura tecnica e alla retorica delle informazioni tecniche. All'inizio credo che i tizi della serie Great Discoveries avessero in mente di farmi parlare di Goedel e dei teoremi dell'incompletezza, ma poi passammo alla teoria degli insieme di Cantor perché una volta in effetti avevo seguito un corso di teoria degli insiemi, a scuola, e a essere sinceri pensai di potermela cavare in quattro, cinque mesi. E invece - per una serie di ragioni che non trovano spazio in questa versione ridotta - venne fuori che l'unico modo per presentare la cosa in modo interessante o inedito sarebbe stato provare a spiegare non solo cos'era e come funzionava la teoria degli insiemi di Cantor, ma anche da dove proveniva esattamente, il che, secondo la proprietà transitiva del da dove provengono le cose, alla fine significò ritornare indietro fino a Zenone, Aristotele e tutti gli altri per descrivere in che modo la matematica occidentale ha provato, fallendo, ad affrontare l'infinito dall'antica Grecia fino all'analisi del diciannovesimo secolo. Tutto ciò ha finito col richiedere molto più di cinque mesi, lasciamelo dire. BLVR: Prima di approfondire l'infinito, torniamo indietro un secondo per parlare di come si inserisce questo libro nell'insieme delle tue altre cose. I tuoi libri fino adesso sono tutti riconoscibili come tuoi, non ci si può sbagliare, ma d'altro canto non hai mai ripercorso due volte lo stesso tipo di struttura. Hai scritto due romanzi diversissimi fra loro sotto molti aspetti, almeno per quanto riguarda la loro architettura complessiva. Allo stesso modo, La ragazza dai capelli strani e Brevi interviste sono entrambi raccolte di racconti, ma sono completamente diversi e si vede che hanno in comune ben poco DNA strutturale. Hai scritto articoli per riviste e saggi e adesso un libro sull'infinito. Ma raramente sei parso tornare su forme che avevi già esplorato. Per esempio, non ho letto articoli analoghi dopo quello su John McCain per Rolling Stone. Forse la mia domanda può essere questa: Una volta esplorata una forma, mettiamo per esempio il racconto breve, raggiungi un punto in cui pensi di aver esaurito tutte le sue possibilità, e perciò devi sposarti su altro? O stai solo assaggiando tante forme differenti prima di ritornare a utilizzarle tutte una per una? DFW: Ecco un esempio di domanda più profonda e interessante della risposta che posso dare. Io so che la ragione non ha a che vedere con la mia sensazione di avere esaurito una forma. In effetti non comprendo molto bene il concetto di forma e di forme, e neppure i vari modi in cui forme e generi differenti vengono distinti e classificati. Né mi interessa granché, devo dire. Il mio modus operandi di solito è cominciare a lavorare su un sacco di cose diverse allo stesso tempo, e a un certo punto o prendono vita (ai miei occhi) oppure no. Una buona metà di loro non prende vita, e a me manca la disciplina/forza di lavorare a lungo su qualcosa che mi sembra morto, per cui lo abbandono o lo metto via o gli rubo dei pezzi per altre cose. È tutto molto caotico, o almeno a me sembra così. Ciò che la gente alla fine legge di me è il prodotto di una specie di lotta darwiniana nella quale solo le cose che per me, empaticamente, sono vive, solo quelle vale la pena di finirle, sistemarle, editarle, copyeditarle, fare gli ultimi minimi interventi eccetera. (So che conosci l'angoscia e la fatica esistenziale di dover tornare e ritornare sulle tue cazzate quando devi pubblicarle.) E potrebbe darsi che per fare in modo che una cosa della lunghezza di un libro mi sembri veramente viva, debba essere e suonarmi differente da tutto ciò che ho fatto prima… Oppure, altrimenti, potrei risponderti soltanto heeeey, il nuovo libro di racconti non è poi così diverso, strutturalmente, da La ragazza dai capelli strani o dalla maggior parte dei libri di racconti. BLVR: Hai di nuovo tirato in ballo questo libro di racconti, ma non ne abbiamo ancora parlato. Vuoi farlo? Io non ne so niente. Decidi tu. DFW: Va bene, senz'altro, parliamone. È un libro di racconti. Il più breve è di una pagina e mezzo, il più lungo di cento pagine. Doveva uscire il primo gennaio ma ero in ritardo di sei mesi. A meno di disastri editoriali, dovrebbe uscire la prossima primavera. BLVR: Hai coperto John McCain per le elezioni del 2000, e quel pezzo così fresco onesto e senza fronzoli è diventato praticamente un book-on-demand. Continui a occuparti di politica? E se sì, stai progettando di scrivere ancora di politica? E hai qualche commento da fare sul fatto che, a quanto pare, ci siano pochi giovani scrittori disposti a commentare direttamente la realtà politica? Secondo te i romanzieri dovrebbero esprimere la loro opinione su affari nazionali, politica e guerre presenti e future? DFW: La ragione per cui scrivere di politica al momento è così difficile è probabilmente la stessa per cui la maggior parte dei giovani (ne faccio ancora parte?) scrittori dovrebbero farlo a maggior ragione. Alla data del 2003, è un'impresa disperata. Il 95% del commento politico, sia orale che scritto, è al momento inquinato dalle stesse politiche di cui dovrebbe trattare. Nel senso che è diventato ideologico e riduttivo. L'oratore/scrittore ha certe convinzioni e affiliazioni e procede a filtrare tutta la realtà e a valutare ogni sua informazione secondo le sue convinzioni e la lealtà che deve alle sue relazioni. Sono tutti scazzati, esasperati e irraggiungibili dagli argomenti della controparte. I punti di vista opposti non sono solo sbagliati ma condannabili, corrotti e malvagi. I pensatori conservatori sono più espliciti riguardo a questo modo di fare: Limbaygh, Hannity, quella persona terribile che è O'Reilly. Coulter, Kristol, ecc. Ma anche la sinistra si è lasciata infettare. Hai letto il nuovo libro di Al Franken? Alcune parti sono divertenti ma è totalmente velenoso (cioè, che reazione possono avere gli esperti sapientoni della destra agli assalti verbali di Franken se non ulteriore rabbia e altro veleno?). O guarda per esempio le ultime colonne di Lapham su Harper's, o gran parte della roba di The Nation o perfino Rolling Stone. Ormai è tutto come Zinn e Chomsky ma senza l'immenso corpo di dati seri con cui questi tizi più esperti supportano le loro filippiche. Non c'è più una discussione (o "dialogo") complessa, incasinata e comunitaria; il dibattito politico ormai è un problema solo formale di predicare per il proprio coro e demonizzare l'opposizione. Tutto viene reso o bianco o nero. Visto che la verità è molto ma molto più grigia e complicata di quanto possa cogliere una sola ideologia, questo atteggiamento è non solo stupido ma perfino stupefacente. Guardare O'Reilly contro Franken è come guardare uno sport violento. Come può tutto ciò essere d'aiuto a me, il cittadino medio, nel decidere a chi affidare il potere di scegliere la politica macroeconomica del mio paese, o nel decidere quali potrebbero essere secondo me i lineamenti di una buona politica, o come ridurre al minimo le possibilità che la Corea del Nord sganci bombe atomiche trascinandoci in una guerra straniera pazzesca, o come mediare fra le preoccupazioni di sicurezza nazionale e le libertà civili? Domande del genere sono profondamente complicate, e gran parte di ciò che è complicato non è sexy, e ben oltre il novanta percento dei commenti politici al momento incoraggia l'illusione, arrapante nella sua assenza di complessità, che un lato sia Giusto e Virtuoso e l'altro sia In Torto e Pericoloso. Il che ovviamente è una piacevole illusione, in un certo senso - così come lo è la convinzione che ogni singola persona con cui sei in conflitto sia un cazzone - ma è infantile e totalmente incapace di portarci verso un pensiero complesso, al do ut des, al compromesso o all'abilità degli adulti a funzionare come comunità.La mia convinzione personale, un po' da sognatore, forse, è che visto che chi scrive roba letteraria si suppone abbia un qualche interesse speciale nell'empatia, nel provare a immaginare com'è essere l'altro, gli scrittori potrebbero avere un ruolo utile in un dibattito politico come il nostro, con i problemi che presenta. Se ciò non dovesse funzionare, potremmo almeno aiutare l'elevazione di determinati giornalisti politici professionisti che sono (1) educati, (2) desiderosi di vagheggiare la possibilità che gente intelligente e ben intenzionata possa essere in disaccordo con loro e (3) capace di venire a patti col fatto che alcuni problemi vanno semplicemente oltre l'abilità di una singola ideologia di rappresentarli accuratamente.Implicita in questa breve, petulante risposta è l'idea che almeno una parte dello scrivere politico dovrebbe essere platonicamente disinteressata, dovrebbe elevarsi sopra lo scontro, eccetera; nel mio caso attuale ciò è impossibile (e perciò potrei essere accusato da un avversario ideologico di essere un'ipocrita). Facendo il pezzo sui McCain che hai citato, ho visto certe cose (o meglio: credo di aver visto certe cose) sul nostro attuale presidente, sul suo circolo ristretto e sulla loro campagna per le primarie, che hanno stimolato dentro di me reazioni che mi rendono impossibile elevarmi sopra lo scontro. Al momento sono un partigiano. Ancora peggio: sento una tale profonda e viscerale antipatia che non mi sembra di poter pensare parlare o scrivere in nessun modo con giustizia e sfumature a proposito dell'attuale governo. Dal punto di vista della scrittura, penso che questo stato interiore sia dannoso. È quando uno sente molto personalmente qualcosa che è più tentato di alzare la voce ("esternare" è il termine che usa in questo momento, carico di retorica com'è), ma in quel momento si rivela meno produttivo che mai - è pieno di scrittori e giornalisti che "esternano" e scrivono pezzi sull'oligarchia e il neofascismo e la mendacità e la deprimente vista corta implicita nelle definizioni di "sicurezza nazionale", "interesse nazionale" ecc., e molti pochi di questi scrittori mi sembrano produrre pezzi utili o potenti o veramente persuasivi rispetto a chi non condivide già le opinioni dell'autore. Il mio piano per i seguenti quattordici mesi è bussare a porte e riempire buste, forse perfino mettermi la giacca, provare ad aggregarmi con altre persone per formare una massa demograficamente significativa per provare veramente a fare esercizio di pazienza, educazione e immaginazione nei confronti che coloro con i quali mi trovo in disaccordo. E anche usare più spesso il filo interdentale.

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