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 Lombardi Satriani: don Giovanni e Pulcinella

Lombardi Satriani: don Giovanni e Pulcinella

di Maria Agostinelli D. Nel Settecento napoletano sono state scritte diverse commedie con protagonisti don Giovanni e Pulcinella. Ci può parlare del modo in cui si connota il rapporto tra i due? R. Vi sono delle analogie e delle differenze notevoli tra don Giovanni e Pulcinella. Don Giovanni è sicuramente una figura trasgressiva perché è alternativo ai valori dominanti della fedeltà e del rispetto di certe istanze. Ma nonostante questa voracità sessuale, che non si ferma di fronte a nessun vincolo - né matrimoniale, né religioso, né altro -, egli afferma comunque una propria etica. L’etica cui invece si ispira Pulcinella è quella della sopravvivenza a tutti i costi. La sua carica radicalmente eversiva sta nell’essere consapevolmente negatore di tutti i valori di status, di affermazione, di dignità, di onore, di ricchezza: la cosa più importante è vivere, è l’esaltazione della vita a qualunque prezzo. Il fuggire dinanzi al nemico è meglio che morire; risultare un pavido è meglio che rischiare la vita; per un piatto di maccheroni val la pena di compiere qualsiasi viltà. L’etica della sopravvivenza a tutti i costi non è mai stata utilizzata dalla classe dominante, e da parte sua l’etica cattolica ha addirittura elaborato il culto dei martiri. Quella della sopravvivenza è un’etica più popolare, perché implica il dover rinunciare alla dignità. Pulcinella possiede quindi un’irrisione dei valori che manca a don Giovanni, il quale casomai trasgredisce per affermare il proprio piacere sessuale. Pulcinella è capace di storpiare il linguaggio e ridicolizzare i ruoli sociali: “ego sum merdicus” è la formula con cui si presenta quando vuole fingersi medico, utilizzando il linguaggio per privare di dignità la professione. In Pulcinella abbiamo una critica più radicale dei valori della società rispetto a Don Giovanni, il quale, pur con la sua carica trasgressiva, rimane inscritto nell’etica del suo ceto, ossia della classe dominante. Don Giovanni è alternativo ai dettami della chiesa cattolica soprattutto per ciò che la società amava proclamare, ma non per ciò che di fatto attuava, tanto che i seduttori sono sempre stati guardati con molta accondiscendenza, perché solo ufficialmente non bisognava compromettere le donne. Pulcinella costituisce quindi l’alternativa non tanto “popolare”, quanto proprio “plebea” a don Giovanni. Fa cioè parte della categoria valutativa della “plebe” che veniva utilizzata dalla classe dominante per caratterizzare il popolo nelle sue manifestazioni irrazionali e spaventevoli: lo sberleffo plebeo è più radicalmente trasgressivo della pratica seduttiva dongiovannesca. D. In don Giovanni c’è anche l’elemento dell’empietà – non presente nella versione di Tirso de Molina – che lo porta a rifiutare non solo il giudizio sociale, ma soprattutto quello divino… R. Don Giovanni è sicuramente alternativo all’etica cattolica nel rifiuto del pentimento, nella sfida al mondo dei morti e così via. Ma non è così radicalmente alternativo all’etica dominante la società del suo tempo. Sia Pulcinella che don Giovanni sono delle figure trasgressive rispetto ad un triplice apparato di valori: quello del cattolicesimo, quello della classe dominante, quello della plebe. Mi sembra che Pulcinella ponga una sfida radicale a tutti e tre, mentre don Giovanni lancia una reale sfida solo verso l’etica cattolica, perché sicuramente non è un plebeo e perché ha un rapporto dialettico con la classe dominante. Tale rapporto si presenta dialettico perché, come abbiamo detto, c’è una bella differenza tra ciò che viene detto e ciò che si consente fare. La classe dominante ha sempre avuto nei confronti della sessualità maschile una certa indulgenza: che un uomo avesse più amanti non era motivo di scandalo reale, ma non si tollerava che una donna facesse lo stesso. Don Giovanni manifesta una reale crudeltà, un’assenza di pietà e un’assenza di cedimento nella sfida al Commendatore: fino all’ultimo momento rifiuta di pentirsi – anche se gli converrebbe farlo - perché ciò significherebbe negare tutti quei valori cui si è ispirato durante la sua vita. È di una coerenza assoluta. Molto spesso quando si parla di “etiche” si rischia di averne una visione monolitica, mentre la questione è molto più articolata. Di solito la classe dominante ha sempre una doppia etica: quella dichiarata e quella praticata, quella maschile e quella femminile, quella cattolica e quella che parzialmente se ne discosta consentendo modelli differenti. Il discorso sull’apparato dei valori è quindi problematico. D. Il servo per eccellenza di don Giovanni è Leporello, ma spesso è stato sostituito da altre figure analoghe, quali Pulcinella o Arlecchino. Qual è il rapporto tra don Giovanni e la figura del servo? Come si configura questa dialettica tra ceti sociali? R. Bisogna innanzitutto ricordare che gli strati sociali subalterni – proprio perché tali - finiscono per assorbire l’etica dei buoni sentimenti dominanti, poiché ciò è stato loro inculcato. Il fatto che don Giovanni non si penta è per i ceti bassi un paradosso: in primo luogo perché non conviene al padrone, e in secondo luogo perché il servo ha la funzione di ricordargli ciò che si dovrebbe fare. Don Giovanni, in quanto padrone, è più libero, perché può scegliere se essere conformista o trasgressivo, mentre le classi subalterne spesso non hanno tale opportunità, avendo ormai interiorizzato il conformismo. È più facile che sia monarchico un abitante dei bassi napoletani che un avvocato della borghesia. È più facile compiere certe scelte politiche attuali per una donna abituata a vedere tutti i giorni i serial americani che per un personaggio come Susanna Agnelli o Naomi Campbell. Dunque uno status sociale diverso può dare differenti margini di autonomia: se si è subalterni si assimila inconsapevolmente la cultura conformista. D. Sia don Giovanni che Pulcinella – due personaggi trasgressivi - sono nati durante la Controriforma. Com’è avvenuta questa genesi? R. Ogni società elabora la propria cultura intellettuale con i materiali del suo tempo. Spesso ci ritroviamo ad immaginare la letteratura, la musica e la drammaturgia come avulse dal loro contesto temporale, mentre non è così. Nel Settecento si assiste ad un passaggio importante: schematicamente, si passa da una società in cui i figli seguivano lo status sociale dei genitori senza possibilità di cambiamento – a meno che non si tentasse la carriera ecclesiastica – ad una società in cui si può scegliere cosa fare nella vita. Ciò è avvenuto per la forte affermazione di coloro che hanno raggiunto il potere economico, pur non avendo un reale riconoscimento sociale e politico. Questi soggetti vogliono ottenere quel peso che ancora non hanno. La stessa società deve quindi elaborare dei modelli culturali in cui l’individuo abbia più importanza del clan, della propria appartenenza familiare. Quando tale individuo diventa homo faber sui si sente l’esigenza di inventare personaggi che padroneggino il loro destino. Pulcinella e don Giovanni non possono essere appiattiti l’uno sull’altro, sebbene presentino delle forti analogie. Non possono essere troppo avvicinati perché, tra i due, colui che è più disposto a fare – non avendo nulla da perdere – è il servo: Pulcinella. Il servo è più libero del padrone: lo dice Hegel tracciando la dialettica tra signoria e servitù. Egli può ribellarsi, mettendo in moto la dialettica, perché l’altro è irrigidito nella sua condizione privilegiata. Il motore del passaggio è quindi nel servo. Anche Don Giovanni esprime una forte affermazione dell’individuo – rispetto all’etica dominante e a quella cattolica – addirittura sfidando il soprannaturale e dannandosi l’anima. Il servo, da parte sua, non sfiderebbe nessuno. Egli non parte da una posizione paritetica rispetto alle altre classi: si può sfidare qualcuno che è nostro pari, non un superiore. Inoltre un personaggio come Pulcinella neppure vorrebbe lanciare una sfida, dato che desidera solo strappare dall’organizzazione sociale dei beni quanto gli basta per sopravvivere. Sopravvivere significa vincere la distanza, mettere davanti ai valori della morte quelli della vita. D. La figura di don Giovanni è diventata un’unica parola – “dongiovanni” – entrata nell’uso comune. Visto il successo di questo personaggio se ne può parlare in termini di “mito”? R. La cultura europea lo ha molto trattato, in letteratura come in musica. Don Giovanni è l’esaltazione della dimensione seduttiva connessa al fascino della parola e al padroneggiare perfettamente le tecniche di corteggiamento. Egli non è uno stupratore, un mero portatore della forza maschile: certamente nella sua vicenda conta il numero delle donne sedotte, ma non bisogna dimenticare che queste hanno accettato di cedere. Il fascino della parola, la seduzione, il corteggiamento, il convincere: tutto si trova già in Gorgia di Lentini, il quale, quando concepisce l’Elogio di Elena, dice che ella si era fatta convincere proprio dalla forza della parola. Don Giovanni porta alle estreme conseguenze l’apoteosi della parola, ma viene smentito dai fatti che lo seguiranno, dato che diverrà sempre più importante non tanto sedurre, quanto dominare. C’è un proverbio calabrese che recita “meglio comandare che fottere”, ed è ciò che sta accadendo oggi: la libidine del potere. L’uomo potente, secondo un modello culturale, non è tanto interessato a corteggiare perché ha troppi consigli d’amministrazione da manipolare. In questo senso don Giovanni è contemporaneamente attuale e inattuale. È certamente un mito perché incarna il valore dell’eros al di sopra di tutto: della ricchezza, del potere, e così via. Ma i valori che testimonia sono diversi da quelli attuali perché il potere non può riconoscere l’importanza dell’eros: questo lo dice anche Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso, quando afferma che il discorso dell’amore non è tanto apolitico, quanto antipolitico. La politica è possibile scegliendo un altro quadro di valori. Che ci sia un mito di don Giovanni nella cultura contemporanea è indubbio, ma il modo di dire “dongiovanni” indica più il collezionista di donne che non la singolarità della conquista. Al contrario don Giovanni non adotta la stessa tecnica con tutte, ma si differenzia a seconda che si tratti di una monaca, della figlia di un oste, di una contadina o di una gran dama: si rapporta all’altra riconoscendone la singolarità e ponendosi il problema degli strumenti specifici da adottare. Non che non sia interessato alla quantità delle conquiste, ma c’è sempre il corteggiamento, perché dietro mantiene comunque una dimensione “eroica”: l’eroismo della parola e del fascino ad essa legato. Tale fascinazione non è data da ragioni elettorali o cose del genere, perché obbedisce ad un diverso sistema di valori.

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