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 Love me do

Love me do

di Claudia Bonadonna Pugnaci, sagaci, organizzate. In una parola: groupies. Scrutano con intuito di lungo periodo l’orizzonte musicale, scelgono i loro idoli, li fotografano, li inseguono, li amano, possibilmente li sposano. Falange estrema dell’idolatria rock. Osannate o vituperate (per ogni Frank Zappa che in 200 Motels canta le doti erotico-sciamaniche di Miss Pamela, la groupie per eccellenza nella splendida decadenza dei tardi anni Sessanta, c’è un caustico Bob Dylan che in Leopard-Skin Pill-Box Hat ne irride la vacuità esistenziale), le groupies starebbero a dimostrare l’ineluttabilità psicologica dello steccato che divide i ruoli nel rock: divismo maschile sul palcoscenico e venerazione femminile nell’amalgama urlante del sottopalco. Ma non tutto è semplice come appare. Se è vero che il rock nasce come culto erotico - o meglio erotizzato - della personalità (con tutto il corollario mercantile che fatalmente ne consegue), è altrettanto vero che questa dinamica ha di fatto favorito il risveglio di milioni di ragazze in letargo sessuale offrendo loro una confortevole scusa per gridare selvaggiamente al mondo la propria voglia di libertà. Come osserva Ann Powers in Trouble girls: “L’eccesso femminile offre la chiave per il crollo dell’ordine sociale costituito” . Così il bacino ondeggiante di Elvis scatena le pulsioni delle irregimentate ragazze della borghesia bianca in quell’“incubo ad aria condizionata” che è la società americana degli anni Cinquanta un attimo prima che i Beat ne denuncino l’orrore conformista. Le adoratrici lacrimose dei Beatles porteranno alto il vessillo della minigonna nella Swinning London di Mary Quant e del Living Theatre. Nella restaurazione degli anni Ottanta i Duran Duran, pur nel loro ruolo di rassicuranti eroi da videoclip, garantiranno ad un’Italia che ha mancato l’appuntamento con le stagioni storiche del fanatismo pop, la sua liberatoria rappresentazione di isteria adolescenziale. Mentre il boy power dei giorni nostri allena schiere di lolite impuberi al gusto della seduzione. Socialmente educate all’esteriorizzazione emotiva, le ragazze fanno di questa presa di coscienza sessuale un rito di catarsi collettiva, laddove i ragazzi scelgono masturbatorie pratiche antisociali (i videogames, i fumetti, i dischi e tutti gli hobby ‘da cameretta’). Chi eleva questo gioco a sfrontato esercizio estetizzante, sono le groupies di fine anni Sessanta. In piena Summer of Love, si organizzano in branchi controculturali di predatrici: le losangeline Girls Together Outrageously, capitanate dalla futura autrice di successo Pamela Des Barres, Miss Pamela; il duo delle Plaster Caster a Chicago, con la loro collezione di calchi in gesso di peni famosi; Cherry Vanilla, nobilitata al rango di agente pubblicitaria americana di David Bowie. Inneggiano al potere liberatorio della conquista e della promiscuità sessuale e relegano i divi rock al ruolo di oggetti erotici, per una volta esseri percepiti e modellati dal desiderio femminile, al quale si offrono in quella teatrale e afrodisiaca ostentazione di sensualità che è il concerto. La generazione successiva non sarà così accorta e politicamente consapevole. “Lui è un angelo un bel fidanzato che ti tiene la mano. Lui è un bastardo un mostro squallido che fa dondolare la frusta” Così la performer Emily XYZ racconta la relazione tra Jimmy Page e la quattordicenne Lori Maddox; mentre un’anonima minorenne muore durante un festino selvaggio organizzato dalla veterana Anita Pallemberg in onore di Keith Richards. Agli sgoccioli degli anni Settanta la sfuggente Ruby Tuesday di rollingstoniana memoria si è trasformata in carne da macello intrappolata nei meccanismi di uno stardom degenerato. Per fortuna arriva il punk con la sua carica di ambiguità sessuale a confondere ulteriormente le acque. Nancy Spungen recita con caparbio esibizionismo il ruolo di puttana dissoluta fino a morirne, ma Siouxsie Sioux abbandona presto la corte dei Sex Pistols per diventare regina del dark insieme ai suoi alfieri Banshees. Gli anni Ottanta aprono l’era del revisionismo storico. L’aura emancipatoria del groupismo crolla rapidamente sotto i colpi di una incontrovertibile verità: la mancanza di opportunità per le donne di suonare musica. Che le spinge a sublimare il desiderio di fare attraverso le azioni dei loro idoli. Dalle pagine del magazine femminista Bitch Lori Twersky ridisegna il profilo del pubblico rock femminile: giovani donne dai gusti eterogenei, più inclini alla provocazione che al consumo sessuale, spesso solo in cerca di affettuosa protezione (Ted Nugent, Robert Plant e i Beatles eletti come padri ideali!), estremamente disinvolte nel mutare l’oggetto del loro interesse. Perfino una rivista incline al culto della celebrità come Sassy smitizza il mondo del backstage (è firmato da Christina Kelly il caustico diario di un decennio di attese e saluti fugaci nel sancta sanctorum del retropalco). Intuendo quello che il sociologo di culto Pierre Bourdieu ha teorizzato come “erotizzazione dei rapporti di dominio”, Joan Morgan applica al mondo hip hop questa legge di compensazione: “Nella comunità nera, dove le donne hanno meno accesso a denaro e potere, andare a caccia diventa un modo di pareggiare il terreno di gioco”. Anni Novanta. Jenny Knight riapre il dibattito con la sua controversa “guida ai gruppi abbordabili” The Slapper. Ma è un fuoco di paglia. Il separatismo militante praticato dalle riot grrls come ricerca di autonomia musicale, prima, e il trionfo delle identità mutanti indotto dall’elettronica, poi, hanno già ridotto le groupies a dismesse vestali di una scuola di culto ormai disusata. Alla più famosa di loro, “Miss Pamela” Des Barres, che in una storica intervista del 1994 le chiedeva se sentisse di avere una qualche forma di potere, Courtney Love gridava un orgoglioso: “Fuck, yeah, man! I’m a rockstar girl!”. A suggello di un rapporto destinato all’ambiguità, rimane la sua Heart-Shaped Box, quella scatola a forma di cuore ripiena di ninnoli che, da messaggio d’amore per il nascente astro grunge Kurt Cobain, è assurta a simbolo dell’incubo burroughsiano degli ultimi Nirvana. Vita da Groupie: intervista a Jenny Fabian Katie ha diciannove anni, nessuna inibizione comportamentale e grande voglia di sperimentare il backstage. Groupie (Arcana, pp.283, euro 16,00) è il diario poco letterario e molto autobiografico della sua esperienza nel demi-monde musicale londinese di fine anni Sessanta: un testo che fece epoca e scalpore. A firmarlo (insieme allo sceneggiatore Johnny Byrne, nel 1969) una groupie famosa, Jenny Fabian. Che a più di trent’anni di distanza rivendica quel ruolo con orgoglio controculturale e un pizzico di nostalgia. D. Una definizione di groupie dal tuo punto di vista di... ex groupie. R. Storicamente una groupie è chi frequenta il camerino o il backstage delle celebrità della musica. Una pratica che aveva una sua dignità, sebbene il termine stesso - un diminutivo della parola group, gruppo - rimandi già linguisticamente ad un territorio di contorno rispetto al nucleo pulsante del rock. Col tempo ha acquisito una nota peggiorativa e reso arduo a quelle di noi che erano state etichettate come tali mantenere un profilo alto. Credo che all’epoca si giocasse davvero una battaglia di poteri: braccare rockstar era come andare a caccia di scalpi, un comportamento predatorio che rovesciava la dinamica del maschile verso il femminile. Avere successo quindi era in fondo disdicevole. Certi trofei andavano esibiti con discrezione... Il trucco era vivere quell’universo parallelo senza farsi fagocitare dai cliché. Che è poi quanto Katie cerca di fare. D. Com’è che un’adolescente dei tardi anni Sessanta decide di frequentare il mondo del rock? R. Non solo quello, a dire il vero. Prima di lavorare al Middle Earth (storico locale londinese, ndr), ero corrispondente del Daily Telegraph Magazine e avevo poeti e scrittori come amici. Mi attirava il mondo, ancora un po’ esclusivo, della controcultura, quello che oggi definiremmo underground. Mi piaceva quel nuovo modo di pensare, l’idea di libertà, la sperimentazione… armi puntate contro il grigio rigore che gli anni Cinquanta ci avevano lasciato in eredità come una condanna. Era un periodo eccitante, divertente... Solo dopo avremmo pagato il conto. D. Quanto era importante avere lo stile e l’atteggiamento giusto? R. Oh, erano condizioni indispensabili. Saccheggiavamo i negozietti dell’usato in cerca di abiti originali e inclassificabili, e ingerivamo enormi quantità di sostanze psicotrope. Senza sballarci troppo però, altrimenti non saremmo più riuscite ad applicare alcuna strategia. D. Gli uomini che descrivi sono tutti vanitosi, egocentrici, petulanti. Dei bambini troppo cresciuti e viziati… R. Come tutti quelli che, in generale, hanno a che fare con l’arte. E, nello specifico, come tutti che hanno a che fare con l’arte e con le droghe psichedeliche e vagheggiano una regressione infantile verso il paradiso perduto della vita intrauterina. E poi non so, mi piace pensare che, se la musica sintetica e disincarnata di oggi rappresenta lo stadio adulto di un’ipotetica scala dell’evoluzione musicale, allora il rock di quegli anni e i suoi rappresentanti erano davvero dei bambini appena nati. D. Scrivi con un linguaggio esplicito, ma il tuo atteggiamento ha un che di ingenuo e delicato. Quanto erano consapevoli le groupie di quello che andavano facendo? Tu quanto lo eri? R. Eravamo tutte molto consapevoli, altrimenti non saremmo riuscite nel nostro scopo. Se alcune poi hanno disconosciuto quel tipo di vita, molte altre ci hanno ragionato e scritto sopra. Non parlo solo di me, penso soprattutto a personaggi come Pamela Des Barres, una delle prime “fuck-and-tellers” della storia… D. Esistono ancora le groupie? R. Sopravvivono in tutte quelle (o quelli) che vanno freneticamente a caccia di celebrità. Certo, essere groupie nel modo in cui lo eravamo noi negli anni Sessanta e per tutti i Settanta era ben altra cosa. Oggi è scomparso tutto il coraggio e il romanticismo…

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