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 Marina Rullo e i cavalieri erranti

Marina Rullo e i cavalieri erranti

di Giancarlo Susanna La redazione di Rai Libro aveva messo da qualche settimana in cantiere una copertina dedicata alle problematiche della traduzione letteraria quando - per essere precisi il 9 maggio scorso - un gruppo di traduttori riuniti attorno alla lista di discussione Biblit (www.biblit.it) ha inviato alla stampa una lettera aperta che ci è sembrata subito molto interessante. Riportiamo qui di seguito il testo integrale di questo appello, che analizza e illustra "dal di dentro" una situazione su cui forse si riflette troppo poco. I cavalieri erranti della letteratura "Il problema del tradurre è in realtà il problema stesso dello scrivere e il traduttore ne sta al centro, forse ancor più dell'autore. A lui si chiede [...] di dominare non una lingua, ma tutto ciò che sta dietro una lingua, vale a dire un'intera cultura, un intero mondo, un intero modo di vedere il mondo. [...] Gli si chiede di condurre a termine questa improba e tuttavia appassionata operazione senza farsi notare. [...] Gli si chiede di considerare suo massimo trionfo il fatto che il lettore neppure si accorga di lui [...] un asceta, un eroe essenzialmente disinteressato, pronto a dare tutto se stesso in cambio di un tozzo di pane e a scomparire nel crepuscolo, anonimo e sublime, quando l'epica impresa è finita. Il traduttore è l'ultimo, vero cavaliere errante della letteratura". (Fruttero & Lucentini, I ferri del mestiere, Einaudi, 2003). Siamo noi i cavalieri erranti: del sublime non vogliamo dire, ma l'anonimato lo conosciamo bene. Non rivendichiamo eroismi e il crepuscolo è il fondale di tutti i nostri giorni, ma siamo stanchi di lasciare che c'inghiotta a ogni impresa. Abbiamo nomi e cognomi, dietro i quali convivono la passione per un lavoro che si nutre di silenzio, ma anche un'amara dose di frustrazione perché il mondo che crediamo di abitare a pieno diritto, il mondo delle parole, della letteratura, della saggistica, troppo di rado si accorge e si ricorda di noi. I nostri editori, è vero, scrivono il nostro nome sui frontespizi, qualche coraggioso persino in copertina: alla menzione sono obbligati da una legge che protegge le elaborazioni creative di un'opera, "quali le traduzioni in altra lingua", e dunque equipara nel diritto la dignità artistica del traduttore a quella dell'autore. Ma solo poche, onorevoli voci di recensori riconoscono piena dignità alla figura del traduttore e poco più numerosi sono i redattori delle pagine culturali di giornali e riviste che si preoccupano di indicarne il nome accanto agli altri dati. La stessa legge afferma che riassunti, citazioni e riproduzioni di un'opera dell'ingegno debbano essere "sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore, dell'editore e, se si tratta di traduzione, del traduttore", ma l'abitudine consolidata è di riportare passi di un'opera tradotta all'interno di qualsiasi testo o di leggerli all'interno di un programma senza mai citare la persona che quell'opera ha reso disponibile nella nostra lingua. E' alla luce di questa avvilente e quotidiana constatazione che riteniamo giusto rivolgerci al vasto pubblico nel tentativo di uscire da quell'eterno crepuscolo che per le caratteristiche della nostra attività ci riguarda, ma non esaurisce la verità del nostro lavoro. E' importante che restiamo discreti, ma non vogliamo essere invisibili. Al lettore generico può sfuggire, leggendo in italiano un libro non pensato nella sua lingua, che qualcuno deve pur avere dedicato qualche mese della sua vita a tradurre quelle pagine. Ma con gli "addetti ai lavori", con i critici, i recensori, i redattori di pagine culturali, i giornalisti, i conduttori di trasmissioni in cui a qualunque titolo si parli di libri, non ci sentiamo di essere altrettanto indulgenti. Ci siamo anche noi, siamo parte del processo che dà vita a oggetti importanti: i libri. I libri del pianto e del riso, dell'amore e del dolore, della conoscenza e dell'evasione, i libri che in ogni modo toccano il cuore e la mente delle persone, si devono anche a noi. Desideriamo che il nostro nome sia là a confermarlo e che la nostra opera non passi sotto silenzio. Il recensore che si prodiga in elogi dello stile, delle scelte lessicali, delle acrobazie linguistiche di un autore, se ha letto il libro in originale dovrebbe sentire il dovere di commentarne la resa italiana, e se l'ha letto in italiano, dovrebbe ricordarsi che ha letto le parole, le frasi e i ritmi scelti dal traduttore. Chiediamo il giusto riconoscimento così come siamo pronti ad accettare qualunque critica competente e motivata. Siamo cavalieri erranti, e non abbiamo paura. Il passo successivo è stato quello di prendere contatto con "i cavalieri erranti" e abbiamo così realizzato un'intervista con Marina Rullo, che, oltre ad essere impegnata nel difficile mestiere del traduttore, è coordinatrice del sito. Marina Rullo è laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne presso l'Università di Roma "La Sapienza" con una tesi intitolata "James Hogg, una traduzione: i racconti del soprannaturale e del mistero dal 1827 al 1830" (traduzione in italiano di tredici racconti inediti dello scrittore scozzese James Hogg). Ha seguito un corso di perfezionamento in "Teoria e prassi della traduzione letteraria" presso la stessa Università. E' insegnante di lingua inglese nella scuola secondaria superiore. Ha curato la traduzione in italiano dei seguenti libri: James Hogg, Strana lettera di un folle (Salerno Editrice, 1996); James Hogg, Viaggio nelle Highlands (Tranchida Editore, 1997) ; James Hogg, Le celebri avventure di Basil Lee (Tranchida Editore, 1997); Dorothy Wordsworth, I Diari di Grasmere, Sellerio Editore, Palermo, 2002. D. Il gruppo dei "cavalieri erranti" è una vera e propria associazione costituita all'interno di Biblit? E se è così, quando è nata e con quali finalità? R. I "Cavalieri erranti" è solo un nome di battaglia (ispirato a un brano di Fruttero & Lucentini sul ruolo del traduttore letterario) che abbiamo scelto per presentare un'iniziativa particolare nata nell'ambito di Biblit. Biblit è una comunità virtuale di traduttori e non ha una vera e propria orma legale. E' nata nel 1999 come semplice lista di discussione elettronica e si è via via sviluppata fino a raggiungere gli attuali 860 iscritti, diventando (credo di poterlo dire senza peccare di superbia) uno dei punti di riferimento per la traduzione letteraria da e verso l'italiano. D. Quanti traduttori ne fanno parte? R. La quota maggiore degli iscritti è senz'altro rappresentata dai traduttori, ma è difficile quantificarne con esattezza la presenza. Tra noi abbiamo anche molti studenti, docenti, giornalisti, esponenti del settore editoriale nonché cultori della lingua e della cultura italiana, il cui contributo arricchisce e rende più vivaci gli scambi in lista. D. Ci può fare anche qualche nome? R. In genere, rifuggo da questo genere di elenchi, un po' perché Biblit ha sempre avuto un'impostazione molto democratica, un po' perché inevitabilmente lascerei fuori parecchi colleghi meritevoli. Comunque, tra i primi nomi che mi vengono in mente, Ilide Carmignani, Anna Ravano, Mariantonietta Saracino, Riccardo Duranti, Giovanni Ferrara degli Uberti, Giuliana Zeuli, Rossella Bernascone... ma ce ne sono molti di più. D. Non pensa sia un po' ingiusto segnalare le traduzioni soprattutto quando a farle sono degli altri scrittori? Einaudi aveva addirittura una collana di "scrittori tradotti da scrittori"... R. In fin dei conti, che cos'è un traduttore se non uno scrittore invisibile? E' quindi cosa buona e giusta che venga sempre citato. Non solo quando è un nome eccellente e non solo quando ha preso un granchio. D. Il vostro appello è stato diffuso in rete meno di un mese fa ed è stato ripreso da alcuni giornali. Cosa vi proponevate di fare? R. Già da tempo eravamo impegnati a protestare con gli autori delle recensioni che tralasciavano il nome del traduttore. Ma si trattava di proteste individuali, per lo più ignorate o liquidate con un generico messaggio di scuse. Con questa nuova iniziativa abbiamo deciso di alzare il tiro e chiamare a raccolta tutti i colleghi e le persone di cultura per quello che non è un semplice atto di cortesia ma un diritto tutelato dalla legge. L'obiettivo è far sì che la citazione del traduttore venga accettata come *norma redazionale*. Al momento, è triste constatare che l'unica norma redazionale consolidata è citare il numero di pagine e il prezzo del testo recensito. D. E' risaputo che i traduttori, oltre che essere poco considerati dagli addetti ai lavori, guadagnano abbastanza poco. Pensate di fare qualcosa per ottenere un trattamento migliore dagli editori? R. Finché le tariffe dei traduttori saranno oggetto di negoziazione privata non credo ci sia molto da sperare da quel punto di vista. In altri Paesi i traduttori possono contare su una tariffa minima sindacale, qui da noi non esiste neanche un contratto standard. L'editoria italiana campa per lo più sui libri tradotti ed è nell'interesse di ogni editore curare i propri rapporti con i traduttori, non solo in termini economici ma anche in termini di formazione professionale. Noi di Biblit ci proponiamo come "forza" di sensibilizzazione e rinnovamento, ma sono le associazioni di categoria (e ne abbiamo più d'una) a doversi sedere intorno al tavolo con gli editori. D. Esistono delle scuole che si occupano in modo specifico di formare dei traduttori? R. Certamente. Oltre ai vari corsi universitari, negli ultimi anni sono sorte parecchie iniziative, variamente strutturate, che si propongono di orientare chi desidera lavorare nel settore della traduzione letteraria. Potete trovarne un elenco (necessariamente parziale, vista la molteplicità dell'offerta) all'indirizzo http://www.biblit.it/agenda_2.htm D. Mi può disegnare il profilo ideale di un buon traduttore? R. Salda conoscenza della lingua, studio, passione, dedizione e... un coniuge stipendiato.

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