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 Mattia Carratello su Vox Libris

Mattia Carratello su Vox Libris

di Andrea Monda Mattia Carratello è un tipo vulcanico: direttore editoriale della Fanucci Editore, e curatore della collana di letteratura contemporanea AvantPop, è anche il fondatore del Progetto Vox Libris nonché sin dall’inizio uno dei musicisti del gruppo (chitarra, tastiere, elettronica). Lo abbiamo incontrato sotto quest’ultima veste: nessuno meglio di lui ci può spiegare come è nato e cosa significa questo progetto che in questi giorni torna a far parlare di sé grazie ad un nuovo cd “Racconti elettrolitici” che, insieme al cd “Il fronte interno” dei Residante di Gabriele Frasca, dà l’avvio della collana Audiobox curata da Pinotto Fava, dallo stesso Frasca, e pubblicata da Luca Sossella Editore “Il Progetto Vox Libris nasce dall’incrocio e dalla reciproca influenza di letteratura, musica e media elettronici. Tutto è nato nel 1995 intorno ad un attore, Andrea Testa, che ancora collabora con me e a Max Aloisi, musicista e colonna del Progetto. L’ispirazione ci venne dagli audio-libri, dalle fiabe sonore (hai presente quelle della Fabbri?) e dai radio-drammi che in qualche modo abbiamo tutti ereditato dai nostri genitori. Anche il teatro-canzone, alla Gaber per intenderci, fu una precisa ispirazione e, per finire, il rap. Quindi suggestioni antiche ma anche molto recenti.” D. Perché prose e non poesie? R. La nostra scelta cadde proprio sulla prosa, volutamente. Sarebbe stato per certi versi più facile e scontata la scelta della poesia, una via che conosceva una storia più grande e nobile. Ma la prosa ci attirò proprio per la sua originalità, per il fatto che mettere al centro il racconto e la narrazione apriva secondo noi nuove strade, nuovi orizzonti. D…E come prose non siete andati nemmeno su terreni facili, scegliendo una letteratura non facile, molto particolare direi… R. Sì, abbiamo voluto avventurarci su terreni poco battuti. In particolare cominciammo con il’900 italiano, ma affrontandolo secondo un versante tutto “laterale”, quasi di avanguardia: scrittori come Manganelli, Landolfi, Calvino, Gadda… a questi poi si sono aggiunti man mano anche autori stranieri e americani in particolare, come Dick, Foster Wallace, Pynchon… D. Come scegliete i testi? R. Ovviamente ci devono piacere. Questo è il punto di partenza. I nomi che ho fatto prima sono solo alcuni dei 30 e più autori che in questi 8 anni abbiamo “esplorato”. E i nomi, secondo me, sono in qualche modo legati tra loro: in altre parole c’è un’affinità, un percorso, non solo tematico, che più o meno consapevolmente stiamo seguendo. Quando scegliamo un testo lo leggiamo, ad alta voce. Spesso chiamiamo un lettore, magari l’amico Simone Pennacchini che poi ci accompagna nelle performance dal vivo, e registriamo una prima lettura senza musica. Poi proviamo a sentire se questo testo “letto ad alta voce”, ci intriga, ci fa “battere il piede”, se possiede già una sua musicalità. Proviamo molte vie, applicando spesso molti generi musicali, dal rock al pop all’hip-hop… Qualche volta la scintilla non scatta: il testo risulta “irriducibile”. Alcune volte invece la cosa funziona e il testo musicato prende vita. D. Dal punto di vista musicale avete dei punti di riferimento, dei generi o degli autori che vi hanno influenzato? R. Certamente. Noi nasciamo come gruppo pop-rock. Siamo dei rockettari in fondo. Penso per esempio a Lou Reed e alle sue atmosfere. È chiaro che quando partiamo da un testo abbiamo dei riferimenti, basati sul nostro personale bagaglio di ascolti, gusti, storie personali. Ma tutto questo “esplode” grazie alle infinite potenzialità della tecnologia. Penso anche a figure come Frak Zappa, al jazz e all’hip-pop, all’elettronica… tutto questo si ritrova nei nostri pezzi; ebbene, questa varietà, questa libertà di spaziare tra generi così distanti è permessa dalla tecnologia. Una volta la ricerca musicale si realizzava solo negli studi di incisione. Oggi si può fare tutto a casa. Con il computer si riesce a digitalizzare tutto e a fare cose che 10 anni fa sembravano fantascientifiche. Per il nostro lavoro questa potenzialità offerta dalla tecnologia è una risorsa formidabile. D. Dal punto di vista letterario, invece, che effetti ha avuto la vostra esperienza? R. Dividerei due effetti a seconda dei destinatari: dal punto di vista del pubblico la messa in musica di questi testi li ha fatti conoscere e apprezzare in una luce nuova. In qualche modo il nostro lavoro è “divulgativo”: il pubblico scopre così molti autori e opere che escono dalle librerie e vengono lette in pubblico. Se da una parte noi ci appropriamo di questi testi “rubandoli” agli autori, dall’altra li facciamo conoscere in modo “accattivante” ed efficace ad un vasto pubblico di ascoltatori e di potenziali lettori. Dal punto di vista di noi esecutori l’effetto è ancora più forte. In qualche modo l’esperienza di “cantare” il testo ci porta ad una grande intimità con il testo stesso, con la sua costruzione, la sua logica, il suo ritmo interno. Imparare a memoria interi spezzoni di racconti grazie alla musica è un’esperienza molto forte. In questo senso la musica funziona come fortissimo fattore conoscitivo. Io conosco oggi un autore come Manganelli molto più profondamente di prima, lo conosco dall’interno. È qualcosa, scusa la presunzione, di “omerico”: riporta la nostra esperienza a ciò che era, anticamente, la tradizione orale dei testi poetici e narrativi. D. Qualche sogno nel cassetto? R. In questo periodo sono molto intrigato da Dick, che è un autore che prende moltissimo sul pubblico. E poi da Thomas Pynchon che vorrei “affrontare” più spesso. Mi piacerebbe poi passare dai racconti brevi ad opere più lunghe. Questo porta a quello che stiamo realizzando con Radio Libera Dick: una sorta di opera teatrale, di musical… non sarebbe male, no?

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