Seguici    
Accedi

Effettua il LOGIN

Hai dimenticato la password?
REGISTRATI ADESSO!

oppure accedi tramite...

 
 Mauro Covacich: metafora della maratona

Mauro Covacich: metafora della maratona

di Claudia Bonadonna Incontriamo Mauro Covacich al Salone del libro di Torino. Triestino, classe 1965, molti romanzi all’attivo pieni di grandi e piccole verità e di impietosi ritratti poco inclini al lieto fine. A perdifiato, il suo ultimo romanzo, è da poco uscito per Mondadori e racconta, tra le altre innumerevoli cose, della sua passione per la maratona. Nell’indagine siamo partiti da qui. D. Hai scritto un libro sull’amore per la corsa. Tu stesso sei un appassionato, hai persino partecipato alla maratona di New York… R. Non sono un maratoneta in senso professionale, ma, sì, sono uno che ha fatto qualche gara e che ama correre. E che per la prima volta in un suo romanzo racconta una passione autentica. I protagonisti dei miei libri precedenti sono sempre stati molto lontani da me: un addetto allo spurgo delle fogne ne L’amore contro, una biologa che redige verbali di vivisezione in Mal d’autobus… Ora invece ho immaginato quest’uomo, Dario, che ha fatto della maratona la sua professione, che è stato campione e poi allenatore. Uno che nella corsa ci lavora come fosse un bancario o un libraio, che vive immerso in quel mondo lì, che conosce quale esperienza fisica totale sia. La stessa esperienza che ho provato io e che ho cercato di rendere nella sua verità sostanziale, senza per questo scadere nella mera testimonianza autobiografica. D. Hai parlato di esperienza fisica totale, nel romanzo affermi che la maratona è come disciplina mentale… R. La maratona è una sorta di credo permanente: basta aver corso volta soltanto per sentirsi maratoneti a vita. Un po’ come per la psicanalisi. Sì, la considero una forma di arte marziale, una disciplina interiore. Lo è intrinsecamente. Per gli allenamenti che richiede, per il modo in cui ti porta a percepire l’ambiente, per lo sforzo che esige dal tuo corpo. Il maratoneta è un samurai con le scarpette al posto della spada: è estremamente severo verso se stesso, non si perdona mai, è costantemente in lotta contro i propri limiti… Sbaglia chi pensa alla maratona come a una scelta sportiva, è una disciplina massimamente estetica. E’ proprio una visione del mondo: non sono solo quei quarantadue chilometri da correre nel minor tempo possibile, è l’idea di resistere, di andare oltre… D. … Ad ogni costo. Hai usato la metafora del fisico che cannibalizza se stesso… R. Chi corre a questo livello di ossessione - perché di ossessione si tratta, di dipendenza dalle endorfine che il corpo libera sotto sforzo e che ti fanno sentire il desiderio, la necessità del movimento -, chi corre a questo livello non lo fa per stare bene. Qui siamo totalmente al di fuori dei parametri del fitness. La maratona fa male, debilita l’organismo. Può portare all’anemia, al logoramento dei muscoli, dei legamenti… perché il corpo umano non è pensato per correre quei duecentocinquanta chilometri alla settimana che in media corrono i campioni quando si allenano. L’idea della maratona mi piaceva anche per questo: la competizione sportiva come luogo dell’alta prestazione, delle richieste sul corpo, del corpo piegato a strumento di lavoro (un po’ come gli acrobati o gli attori porno), della ricerca spasmodica del gesto assoluto, del record. Anche a costo di doping. E questa è anche l’allegoria perfetta del mondo contemporaneo: il luogo in cui ti viene sempre richiesto il massimo rendimento e la flessibilità più totale e deleteria. D. Il tuo protagonista, Dario Rensich, si dibatte tra una moglie che ama a Trieste e la giovane maratoneta che allena in Ungheria. Hai detto che la sua è la perfetta condizione dell’indecidibilità… R. Una condizione che io stesso ho sperimentato come autore! Dario ha una moglie con cui ha costruito un rapporto sentito e vero, un rapporto tanto saldo da fargli decidere di adottare una bambina, eppure viene investito da questo treno in corsa che è Agota, una diciottenne colle guance rosse e la bocca grande che gli fa perdere la testa. Ed è una situazione talmente prepotente e stravolgente che lo paralizza, non gli permette di scegliere l’una per l’altra, lo condanna ad un’eterna differita. E io, da autore, sentivo la sua incapacità a prendere una decisione, come lui rimandavo… Alla fine credo che sia proprio questo l’elemento più forte e autentico del romanzo: la perfetta corruttibilità dell’eroe, uno che, al di là dei principi e delle buone intenzioni, sperimenta sulla propria pelle la lotta senza quartiere tra etica e libido. D. I tuoi libri sono pieni di cose. Quest’ultimo non fa eccezione: amore, adozioni, tradimenti, sport, inquinamento, doping… Un’attitudine che definirei più avant-pop che postmoderna… R. La ragione profonda per cui scrivo è la necessità di confrontarmi con il mio presente. Sento un attaccamento, un vincolo forte con la mia epoca, e non riesco a raccontare vicende personali che non siano anche intessute con il fuori, con quello che mi e ci circonda. Per questo considero autori come Don DeLillo o David Foster Wallace due modelli assoluti. Loro hanno questa capacità straordinaria di cogliere quello che per noi è appena percepibile sotto il velo della realtà (o non lo è affatto, il più delle volte), e di restituircelo con un’evidenza schiacciante. Hanno questa facilità eccezionale nel tracciare collegamenti netti, chiari e geniali laddove per noi c’è solo… rumore bianco, giusto per citare DeLillo – uno che per esempio ha descritto il mondo dei network con dieci anni di anticipo… E così è per Foster Wallace di Infinite Jest: che potenza simbolica l’idea di mettere insieme il college dove si allenano i campioni del tennis del futuro e la casa di disintossicazione per alcolisti e tossicomani! D. Negli autori che citavi c’è una forte costruzione intellettuale. In te sembra prevalere il gusto per quella narrativa. E’ così? R. Questo presupporrebbe un lavoro strategico che in realtà non è. Non c’è nulla di premeditato nella mia scrittura, è piuttosto qualcosa che mi viene… inevitabile. Man mano che penso a una storia, emergono delle suggestioni a cui dare voce. E io devo seguirle tutte. Senza procedere secondo un percorso lineare, ma scivolando tra queste piccole isole diverse. E’ la parte che mi diverte di più: riuscire a coltivare diversi nuclei contemporaneamente e svolgerli con attenzione e delicatezza lungo tutto il libro. D. Qualche parola finale su Pordenonelegge, il progetto di cui fai parte… R. E’ una manifestazione di libri che coinvolge l’intera città. La dirige Gianmario Villalta e io sono uno dei suoi quattro collaboratori. Ha il suo apice in tre giorni - quest’anno il 19, 20 e 21 Settembre - e prosegue poi per tutto l’anno con una serie di eventi collaterali. Sebbene sia più piccola e modesta di Mantova, ha un successo strepitoso. Non so bene per quale fenomeno sociologico, ma la gente accorre con entusiasmo sempre maggiore a vedere gli autori. E gli stessi autori vengono volentieri. Non solo quelli affermati, naturalmente, facciamo molto lavoro di ricerca. Siamo tutti scrittori prima che organizzatori, dunque lontani dalle logiche strette del mercato…

Vedi le altre puntate

Tags

Condividi questo articolo