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 Rocco Carbone: insegnare a Rebibbia

Rocco Carbone: insegnare a Rebibbia

di Maria Agostinelli Autore di Agosto (Theoria 1993), de Il comando (Feltrinelli 1996), de L'assedio (Feltrinelli 1998), e de L'apparizione (Mondadori, 2002) Rocco Carbone è anche un insegnante di storia e letteratura nel braccio femminile di Rebibbia. Ecco la sua esperienza. D. Tu sei autore di diversi romanzi ma sei anche un insegnante di storia e italiano nel braccio femminile del carcere di Rebibbia. Da dove nasce la decisione di insegnare in carcere? Questa esperienza – oltre ad averti probabilmente dato molto dal punto di vista umano - è filtrata in qualche modo anche nella tua letteratura? R. Ho iniziato a lavorare in carcere nel 1998 dopo un’esperienza nelle scuole “normali”. Questo è avvenuto in parte perché mi ero stancato di insegnare ai ragazzi, in parte perché volevo provare qualcosa di nuovo e in parte per motivi più personali, legati ai mutamenti intervenuti con la separazione da mia moglie e con il fatto di aver cambiato casa. In sei anni di insegnamento a Rebibbia – tranne una breve parentesi negli Stati Uniti – non ho mai scritto nulla che avesse a che fare con il carcere e non ho mai parlato di carcere pubblicamente, se non in rarissime occasioni. Dal punto di vista della “condizione esistenziale”, invece, sicuramente delle cose sono filtrate, se non altro per il fatto che vado a Rebibbia ogni giorno, e quindi si tratta di un’esperienza che fa parte della mia quotidianità. Ovviamente è un luogo molto diverso da quello in cui vivo. Qualche tempo fa una mia studentessa fu scarcerata e affidata ad una comunità. In quel periodo mi venne a trovare per chiedermi dei consigli su una storia che stava scrivendo e che parlava dei corrieri della droga. Entrando in casa mia mi disse: “Ma come fai a vivere da solo? Deve essere veramente dura!”. Ciò significa che per una persona che ha passato tanti anni in carcere il vivere in solitudine appare piuttosto strano. Da parte mia, la giornaliera frequentazione di Rebibbia mi ha sicuramente fatto apprezzare di più la libertà di cui godo: il passaggio dall’esterno all’interno e viceversa è molto importante, soprattutto se ciò avviene con frequenza e per un tempo prolungato. Se si volesse stabilire un legame tra la condizione carceraria (intesa nel senso più ampio possibile) e il mestiere dello scrittore, questo legame si risolverebbe sicuramente nell’isolamento e nell’immobilità. L’isolamento della scrittura, nel mio caso, viene temperato dal fatto che devo andare in un posto in cui la mia presenza permette ad altre persone di uscire dalle loro celle, per recarsi in un luogo che è a tutti gli effetti una scuola – a parte le sbarre alle finestre. Dopo sei anni ho capito che era inevitabile scrivere qualcosa su questa esperienza: il mio prossimo romanzo – che uscirà a gennaio o febbraio – parla molto del carcere, sebbene non abbia a che fare solo con il carcere. Non avrei mai potuto scrivere un libro su quel luogo e su quelle persone, però, se non avessi avuto un tale vissuto alle spalle. D. Mi pare che, in Italia, la produzione letteraria nata in carcere sia riconducibile essenzialmente a due categorie: i brigatisti – per una volontà di testimonianza ed anche per un maggiore livello d’istruzione - e gli extracomunitari – forse soprattutto per un desiderio di comunicare e per una questione numerica, costituendo gran parte della popolazione carceraria. Credi che queste impressioni siano giuste? R. Tendenzialmente sì. Per quanto riguarda gli extracomunitari penso sia un fatto essenzialmente statistico, dato che coprono il settanta per cento dei detenuti. In relazione ai condannati per reati politici, invece, credo che il livello d’istruzione abbia il suo peso. Un po’ di tempo fa, però, ci fu anche il caso di un nomade arrestato per furto che scrisse una sua cosa. Se potessi stabilire il tratto emblematico della condizione detentiva lo riassumerei nel fatto che in carcere si scrive di più che all’esterno. Non si scrive solo alle persone che stanno fuori – dato che le telefonate disponibili sono molto poche – ma anche per una qualsiasi richiesta burocratica all’interno dell’istituto di pena. L’esercizio della scrittura è quindi un tratto tipico di chi sta in carcere: fa parte della comunicazione quotidiana. A volte, per stabilire una rete di interlocutori, si scrive anche a chi non si conosce, a detenuti di altre sezioni o di altre carceri. D. Ritieni che all’interno del contesto chiuso delle carceri si sia creato anche una sorta di gergo tipico? Pensi che la presenza di persone provenienti da diversi luoghi abbia dato il via ad un’ibridazione del linguaggio? R. Il linguaggio minimo di comunicazione è un italiano sgrammaticato, necessario per qualsiasi richiesta burocratica all’interno del carcere. Per quanto riguarda l’ibridazione, invece, mi pare proprio che non sia avvenuta: le detenute di lingua spagnola tendono a stare tra di loro, così come le russe, le nigeriane e via dicendo. In genere non si rimane divisi per provenienze linguistiche, ma è anche abbastanza naturale che persone dello stesso paese preferiscano stare nella stessa cella. C’è poi da aggiungere che la suddivisione delle sezioni dipende dalla durata della detenzione e dal tipo di reato. Le tossicodipendenti, ad esempio, sono tutte nella stessa sezione, isolate dalle altre. E poi c’è la sezione di massima sicurezza, che nel braccio femminile conta poche detenute. D. Le tue classi sono sicuramente molto eterogenee: diverse nazionalità, diversi gradi d’istruzione, diverse età. Per quanto riguarda le detenute extracomunitarie qual è la disponibilità di testi in lingua nella biblioteca carceraria? R. Non è facile avere a disposizione i testi in lingua. A Rebibbia esiste una biblioteca, ma è chiaro che i testi sono quasi tutti italiani. Fatte le debite proporzioni non si tratta neppure di una biblioteca così piccola: il problema è dato dall’accesso, perché non viene aperta tutti i giorni e perché molte detenute sono impegnate con il lavoro o con la scuola. D. All’interno dei tempi carcerari qual è lo spazio che le detenute più interessate possono dedicare ad attività di tipo culturale? R. La maggioranza delle detenute ha pochi mezzi economici, quindi la priorità consiste nel lavoro: per quanto sia pagato meno che all’esterno può comunque garantire un minimo di sostentamento e la possibilità di comprare del cibo da cucinare in cella – dicono che la mensa non sia buona. E poi c’è la scuola: la mattina le elementari e le medie, il pomeriggio le superiori, dove insegno io. Alcune detenute vengono sia di mattina che di pomeriggio. Ho notato che le donne che lavorano sono anche quelle che vengono di più a scuola, perché sanno di dover reagire in qualche modo, di doversi tenere pronte per il giorno in cui usciranno dal carcere: si svegliano alle sei di mattina, lavorano fino alle due e poi vengono a scuola fino alle sei del pomeriggio. Purtroppo ce ne sono molte che invece rimangono in cella. D. Quali sono le attività principali che svolgi in classe e qual è il tipo di richiesta delle detenute? Ti dedichi più all’alfabetizzazione o al rispetto dei programmi ministeriali? R. Il paradosso della scuola in carcere – che per fortuna è presente – sta nel fatto che in termini di programmi e burocrazia non si discosta affatto da qualsiasi altro istituto scolastico. Pensa che dobbiamo persino mettere il voto di condotta. L’unica cosa assente sono i colloqui con i genitori, per ovvie ragioni. Ciò significa che dovremmo rispettare i programmi ministeriali, il che è impossibile: se, al quarto anno del liceo, mi ritrovo sei extracomunitarie in classe la differenza con la scuola normale diventa enorme. L’alfabetizzazione è fondamentale perché dà loro uno strumento importante per la vita carceraria: dallo scrivere all’avvocato allo scrivere alla sorveglianza. La mia attività consiste essenzialmente nell’insegnare grammatica e leggere libri a voce alta, cercando poi di discuterne. Faccio anche vedere dei film. Le detenute, infatti, non hanno alcuna possibilità di vedere bei film, perché hanno a disposizione solo la televisione. In tv le cose migliori sono trasmesse molto tardi, ma a Rebibbia la luce viene spenta alle dieci e poi non si può fare più nulla. Non si può tenere neanche un’abatjour per leggere, neppure una piccola pila tascabile. Le regole burocratiche del carcere sono molto rigide, anche perché gli agenti di polizia penitenziaria sono praticamente dei militari. D. Qual è la risposta alle tue letture? C’è stata qualche detenuta a cui è interessato un autore o un libro specifico? R. Il grado di ascolto e di partecipazione è molto vario. Le classi non sono numerose: all’inizio si iscrivono tutte, ma nel corso dell’anno c’è purtroppo una grande dispersione, sebbene le frequentanti ricevano un piccolo sussidio economico (una cosa avanzata!). Non è facile dare una risposta univoca perché si ha a che fare con persone di lingue diverse che spesso non comprendono bene l’italiano. In un modo o nell’altro, però, si riesce ad andare avanti e ad inventare un proprio metodo. Si cerca di intuire i libri che potrebbe suscitare il loro interesse. Le detenute sono piuttosto spietate: se c’è un libro che non piace, dopo dieci minuti di lettura lo dicono senza mezzi termini oppure si alzano e se ne vanno. D. Hai insegnato solo nel braccio femminile o anche in quello maschile? R. Per un anno ho insegnato in tre sezioni del maschile, molto differenti fra loro. A Rebibbia ci sono diversi bracci, differenziati dal tipo di reato. Io ho insegnato nel G9 e nel G12 e nella “terza casa”. Nel G9 ci sono quelli che hanno commesso reati a sfondo sessuale (stupratori, pedofili…) e i poliziotti corrotti, ossia tutti quei detenuti che devono essere separati dagli altri per la loro incolumità, dato che in genere sono i più invisi al resto della popolazione carceraria. Il G12 è invece il più rigido perché ospita gli ex 41 bis, ovvero i condannati per reati associativi. E sono tanti. Paradossalmente, maggiore è la possibilità di movimento all’interno del carcere e minore è la frequenza scolastica, perché alla scuola si preferiscono altre attività. Siccome nel G12 stanno sempre chiusi in cella e hanno solo due ore al giorno di libertà, allora vengono tutti a frequentare le lezioni. Ci sono classi perfino di trenta persone, che riempiono completamente la cella adibita ad aula. Inoltre sono attentissimi: fanno esercizi di grammatica, vogliono partecipare e così via. Nella “terza casa”, invece, ho raggiunto il mio più grande successo (o insuccesso) scolastico. Questa sezione viene anche chiamata Club Méditeranée dagli altri insegnanti, perché vi si trovano gli ex tossicodipendenti in fase di recupero e il regime è un po’ più blando. Ci sono addirittura i campi da calcio e la sala computer. La scuola, però vi durò un anno soltanto perché non veniva nessuno. Le lezioni erano di mattina e, per alzare la frequenza, noi insegnanti avevamo deciso di parlare con i detenuti. In particolare chiedemmo a tale Alfredo Ciappetta, una sorta di capoclasse, se per loro non sarebbe stato meglio avere le lezioni di pomeriggio. Il giorno prima dello spostamento dei corsi mi raccomandai con Ciappetta: noi avevamo spostato i corsi, ma loro sarebbero dovuti venire. Lui mi autorizzò a prenderlo a calci nel caso non si fosse presentato in classe il giorno dopo: la notte stessa evase insieme ad altri due. D. La prossima domanda riguarda l’autoformazione. I detenuti interessati ad autoformarsi o a studiare meglio la legislazione che li riguarda hanno la possibilità di farlo? Hanno, ad esempio, l’opportunità di collegarsi a certi siti Internet “guidati”, magari solo quelli istituzionali? Oppure possono in qualche modo procurarsi dei libri dall’esterno? R. Non possono assolutamente collegarsi ad Internet, neppure a siti controllati, perché ciò significherebbe comunicare con qualcuno all’esterno da dentro il carcere. In alcune sezioni i detenuti hanno il loro computer, ma senza l’accesso in rete. Se vogliono comprarsi un libro devono seguire l’iter carcerario: scrivono una domanda e una ditta esterna acquista il testo per loro. Quando posso porto dei libri miei, spesso quelli che mi mandano le case editrici. Cerco di portarne il più possibile. D. Non pensi che un’iniziativa di raccolta dei libri per le carceri potrebbe avere una sua utilità? R. Più di un amico mi ha detto che avrebbe a disposizione dei libri per la biblioteca di Rebibbia. Personalmente, in quanto singolo individuo, io posso dare dei libri direttamente alle mie studentesse, anche perché sono deputato a farlo. Per quanto riguarda un’iniziativa più organizzata, invece, bisognerebbe mettersi d’accordo con chi si occupa della biblioteca per sapere quali testi mancano e quali non servono, e soprattutto bisognerebbe creare degli spazi e delle strutture più idonee. R. Ultima domanda, un po’ più generica e un po’ più letteraria. Attualmente in Italia non ci sono molti autori che scrivono del carcere o, in generale, delle realtà sociali maggiormente stigmatizzate, mentre nel passato alcuni dei maggiori nomi della nostra letteratura si sono occupati (il più delle volte loro malgrado) dell’argomento. Guardando alla letteratura che ha scritto sul carcere e/o dal carcere – da Nievo a Bunker e tanti altri – credi che emergano soprattutto i grandi temi etici della colpa, della responsabilità e dell’espiazione, del rapporto con il potere? Insomma, di cosa si parla quando si parla di carcere? D. Quando si scrive di carcere si parla del carcere, ossia si parla di un luogo molto complesso e invisibile dall’esterno. La curiosità sull’argomento è forse data proprio da questa invisibilità, oltre che dall’interesse per le storie criminali. Il carcere si conosce molto poco ma tanti parlano di carcere, soprattutto i media. Ciò significa che intorno alla realtà carceraria girano molti cliché. Tra questi luoghi comuni c’è anche “il crimine non paga”, che poi il più delle volte corrisponde a realtà perché i detenuti sono dei poveri disgraziati, delle persone che vivono una condizione di disagio e di sofferenza e che non vorrebbero assolutamente trovarsi lì. Quello che forse ho percepito di più, conoscendo queste persone e frequentandole per anni, è che rispetto al crimine che hanno commesso sembrano assolutamente “normali”. Com’è possibile che questa donna, una persona come me, abbia potuto fare quello che ha fatto? Ad esempio un omicidio familiare? All’inizio pensi che questo evento è semplicemente capitato – e che quindi potrebbe capitare anche a te – ma poi arrivi alla consapevolezza che la maggior parte di loro era ben conscia di ciò che stava facendo, ossia un atto contro la legge. Tale consapevolezza individuale è proprio ciò che ottengono attraverso la detenzione, ossia quello che veniva chiamato espiazione. All’inizio molte di loro reclamano la propria innocenza o si lamentano dell’ingiustizia della pena, ma dopo un po’ – sebbene non lo dicano apertamente – ti fanno capire che se sono lì dentro è per un motivo. E hanno bisogno che tu comprenda questa consapevolezza.

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