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 Stefano Pistolini sugli Anglo-x

Stefano Pistolini sugli Anglo-x

Di Wanda Marra Letteratura anglo-orientale, fermenti artistici derivanti dall'incontro-scontro tra etnie diverse, risvolti sociali e politici della multiculturalità: ne abbiamo parlato con Stefano Pistolini, autore di programmi per Rai2 e Rai3 e per RadioRai, giornalista di spettacolo e culture giovanili per "L'Espresso" e "l'Unità", direttore editoriale della casa editrice Arcana. D: Esiste secondo lei un filone di letteratura anglo-orientale? E quali sono le sue origini, le sue caratteristiche e i suoi principali rappresentanti? R: Questo filone esiste certamente ed è anche uno dei più vivaci e capaci di dare una direzione originale alla letteratura in lingua inglese. La sua origine si può collocare nella prima o seconda generazione di immigrati dall'India, e più in generale dall'Oriente, al termine dell'esperienza coloniale inglese, dopo la Seconda guerra mondiale. Prima, per molti anni c'era stata una grande fioritura di letteratura coloniale, con autori come Forster e Kipling, che era in grado di descrivere territori lontani, al di là del folklore, cominciando a riusare e a fare propri - almeno in parte - alcuni degli elementi del campionario espressivo di indiani e asiatici, in una versione particolare della lingua inglese. Una delle cose più interessanti degli scrittori appartenenti a questo filone anglo-orientale - da Vikram Seth a Hanif Kureishi, da Ishikuro, a Salman Rushdie - è proprio il loro uso della lingua. Nel momento in cui il romanzo anglosassone non sapeva come usarla, aveva un po' esaurito sia linguaggio che tematiche, scrittori provenienti da un altrove hanno introdotto un elemento di sorpresa nell'utilizzo della lingua, dello stile, della forma, della correlazione tra psiche e linguaggio. D: Quali sono questi elementi linguistici di novità? R: È più facile rispondere "in negativo". Allorchè il linguaggio letterario, attraverso lo strapotere e l'influenza di alcuni grandi scrittori spesso di origine ebrea o irlandese, come John Updike e Saul Bellow, aveva ormai stabilito un ritmo dei suoi elementi narrativi, sono arrivati degli scrittori che per esigenza in un certo senso "cromosomica", per suono e risonanza, hanno cominciato a usare il linguaggio in maniera diversa, a rimasticarlo, a crearne uno nuovo. Per esempio, il successo di Zadie Smith, giamaicana di origine, è legato anche al fatto che lei utilizza le variabili emotive del linguaggio in una maniera che contemporaneamente scioccato e affascinato. D: È possibile dare un giudizio critico su una scrittrice come Zadie Smith? È ancora troppo presto. Sicuramente davanti a Denti Bianchi si prova ammirazione per l'impeto con cui questa scrittrice ha saputo creare una narrazione piena di contrasti. L'uomo autografo, invece, mi sembra incredibilmente già troppo maturo. La Smith sembra diventata una scrittrice a tutto tondo, molto "grande", placata e pacata, in un certo senso già normalizzata. D: E invece, che giudizio si può dare di Hanif Kureishi? R: Kureishi, che è un mio grande amico, è una persona di un'intelligenza straordinaria, ma mi pare vagamente annoiato dalla struttura del romanzo. Anche se ha sempre del talento, continua a scrivere narrativa forse soprattutto per ragioni economiche. È più attratto da altre chiavi espressive, come il cinema, nelle quali però fatica un po' di più, ed ha una vivacissima vena di polemista, idee stravaganti e atipiche, soprattutto sul tema dell'incontro-scontro tra le razze. D: Quali risultati dà questo incontro tra etnie in altre espressioni artistiche, come la musica e il teatro? R: Dà buoni risultati, quando è incarnato da persone intelligenti. Oggi sono sempre di più quelli che crescono in situazioni miste, che sono prodotti di mix culturali interessanti. Le conseguenze di questo fenomeno si possono vedere nell'arte. Il consumo di massa, la cultura popolare hanno fatto sì che tutto si mischiasse. Il consumo porta sempre in sé un'esigenza di contaminazione. Così nascono talenti sia alti che bassi. Questo accade anche nella musica trash, anche in fenomeni commerciali come il Budda Bar, o Cafè del Mar. E' interessante anche l'uso dell'Oriente che è stato fatto dal genere, molto di consumo, d'atmosfera, che va sotto l'etichetta di chilli out: è interessante perché normalizza e desacralizza il fenomeno, utilizzando senza timore strumenti orientali. Anche l'uso molto "Budda bar" di melodie e scale tonali mi sembra una cosa alla quale poi ci abitueremo. Per quel che riguarda il teatro, mi pare che l'esperienza nella comunità intellettuale europea sia stata consumata negli anni '70, quando il teatro non era più rappresentazione borghese malinconica, ma recuperava una sacralità orientale. Molti uomini di teatro del tempo andavano alla ricerca soprattutto di una disciplina tecnica, che trasformasse l'attore in un superuomo. D: Questo fermento artistico collegato alla multiculturalità si vede anche in Italia? R: Alcuni segni di fermento si possono vedere soprattutto nelle strade delle città. Nei quartieri etnici abita gente dedita ad ogni tipo di occupazione, all'interno della quale rientra naturalmente anche una sfera creativa che è destinata a entrare in reazione con tutto l'ambiente circostante. Siamo ancora in una fase di definizione del fenomeno, ma è da lì che tutto deve venire e verrà. Non possiamo non pensare che una grossa percentuale di quel milione di persone che è emigrata da altri paesi non sia composta da artisti. D: Ci sono risvolti sociali e politici, se non in Italia, per esempio in Gran Bretagna, di questa multiculturalità? R: Ciò che sta avvenendo in Inghilterra è una concretizzazione più avanzata di quel che sta succedendo anche da noi. Non si può più considerare la razza un fattore: è uno stato di fatto. Per razza intendo persone con gli stessi diritti e lo stesso passaporto, che spesso si organizzano per gruppi, ma interagiscono col resto della società. L'integrazione parte dal basso e fatica ad arrivare ad altissime sfere. In Gran Bretagna, nella Camera, per esempio ci sono solo inglesi, ma nelle strutture di governo locale l'integrazione razziale è avvenuta. Ci sono molte razze subalterne che, spingendo dal basso manderanno in alto quelle che prima erano le ultime. Poi, segni di integrazione si possono vedere anche ai livelli più comuni del vivere quotidiano: la cucina indiana è di fatto la cucina più popolare in Inghilterra. Si tratta di un processo irreversibile che arriverà anche noi.

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