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 Valerio Piccolo: Suzanne & me

Valerio Piccolo: Suzanne & me

di Claudia Bonadonna Da quattro anni Valerio Piccolo traduce e affianca Suzanne Vega durante i suoi reading italiani. Gli abbiamo chiesto storie, ragioni, emozioni di quest’incontro. D. Hai girato il paese con Suzanne Vega in qualità di traduttore e interprete dei suoi reading-concerti, un format tutto italiano, a quanto lei scrive. Com'è nata quest'idea? R. Grazie a minimum fax, con cui avevo già all'epoca uno splendido rapporto lavorativo. Ascoltavo Suzanne da sempre, così quando acquistarono i diritti di Solitude standing decisero di affidarmi la traduzione. Poi lei venne in Italia per promuovere il libro e, quasi per caso, al momento del primo reading (nell’ottobre del 2000, al Palazzo delle Esposizioni a Roma), decidemmo che l’avrei affiancata sul palco. Capimmo immediatamente che la cosa avrebbe funzionato. Tra noi si stabilì subito un'ottima intesa: ci alternavamo nelle letture, ci scambiavamo storie, battute, piccole gag… La gente apprezzava. E fu così anche il giorno dopo, a Firenze, e per le altre due date del nostro primo mini-tour. Da allora abbiamo costruito un vero e proprio format, che abbiamo ripetuto per una ventina di date in questi ultimi quattro anni. In realtà non c'è una vera e propria scaletta, e credo che il segreto dello spettacolo sia proprio nell'improvvisazione e nell’evidente spontaneità. D. Come ti sei trovato nel ruolo pubblico di "affiancatore della star"? R. Mi sono trovato magnificamente. Soprattutto perché Suzanne è una persona splendida, semplice e spontanea. Abbiamo avuto un ottimo rapporto fin dall'inizio, e questo si vede anche sul palco: lei tende sempre a coinvolgermi, scherziamo, ridiamo… la gente capisce che c'è un feeling e lo spettacolo ne beneficia. Mi ha sempre detto che si trova bene ad avermi al suo fianco sulla scena, e fin dall'inizio è rimasta sorpresa (quanto me, del resto) della mia disinvoltura. Lavorare con lei è piacevole e stimolante, è un pretesto per scambiarsi opinioni su tutto. Lei è l'antidiva per eccellenza, una persona di grande spessore, e una grande scrittrice. Oggi, dopo quattro anni, posso dire di aver trovato in lei anche una buona amica. D. Suzanne Vega dichiara di essere stata influenzata dal minimalismo per il solo fatto di essersi formata durante gli anni Ottanta. Certo le sue sono parole semplici e... nude, in un certo senso... Un giudizio sulla sua scrittura dalla tua posizione "interiore" di traduttore. R. Se guardiamo alle poesie, sicuramente troviamo spesso tratti di grande semplicità e "nudismo", soprattutto in quelle scritte quando era ragazzina. Il suo minimalismo è nelle immagini che racconta, nelle piccole storie che la ispirano: persone incontrate da bambina, piccoli attimi tra un concerto e un altro… Trovo però che - grazie al suo modo di giocare con le parole, ai suoi "incastri" metrici e linguistici - la sua scrittura acquisti spesso una profondità molto più "complicata" di quanto sembri. E dico questo non solo con l'occhio del traduttore ma anche dell'interprete (nel senso di "colui che interpreta"). Suzanne scrive in modo semplice ma accurato e sottile. La scelta delle parole è sempre estremamente minuziosa e attenta. E poi mi piace tantissimo il suo umorismo, che forse non salta subito all'occhio, ma che è invece molto arguto ed efficace. D. Esiste secondo te una specificità newyorkese nella sua prosa - la stessa, per intendersi, che durante l’intervista mi ha detto di aver ritrovato in Fortress Solitude di Jonathan Lethem? R. La specificità newyorchese di Suzanne la possiamo trovare più che altro negli spunti che hanno dato vita ai suoi scritti adolescenziali. Lì New York è lo scenario in cui raccontare le sue esperienze di ragazzina che ha vissuto fin da piccola per strada, nei quartieri dove le bambine facevano a botte con i maschietti. Per il resto - soprattutto se parliamo di scrittura e di poesia in senso stretto - direi che il suo modo di raccontare immagini (perché è questo che lei fa sostanzialmente: usa la metrica per mettere su carta le mille immagini che le vengono in mente) la faccia uscire da ogni confine geografico e la renda più "universale" agli occhi del lettore. Secondo me la sua vera specificità newyorkese viene fuori nel suo ruolo di cantante. Il modo di porsi sul palco, la naturalezza e la voglia di condividere le sue storie, o le storie che hanno dato vita alle sue canzoni, sono ancora quelle di una songwriter cresciuta nel Village. E questo è un tratto che puoi trovare solo in una donna che è veramente di New York. D. C'è sempre un rapporto molto intimo fra il tradotto e il traduttore. Com'è il tuo con la scrittura di Suzanne Vega? R. Ci siamo consultati spesso, anche grazie al fatto che esisteva un rapporto molto "easy". Sono un traduttore essenzialmente e rigorosamente fedele ai testi originali, e lo sono stato anche con lei. Anzi, forse più che con altri scrittori perché ho capito che con Suzanne aveva ancora più senso una traduzione veramente "nuda". Parlando con lei ho cominciato a capire i meccanismi del suo processo creativo, e questo mi ha sicuramente aiutato, mi ha fatto entrare nello spirito del libro, mi ha facilitato nel lasciare intatte le sue atmosfere. Nel tradurre una poesia, ho provato più volte a ricostruire mentalmente le immagini che potevano averla ispirata, e direi che questa "tecnica" di improvvisazione ha funzionato...

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