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Attraverso Fortini

 Attraverso Fortini

 

Velio Abati, nato a Grosseto nel 1953, insegna nell’istituto Magistrale della sua città. Si è laureato alla Facoltà di lettere di Siena, dove ha seguito le lezioni di Franco Fortini. Il volume da lui curato, Franco Fortini. Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, ha richiesto circa due anni di ricerche in archivi pubblici e raccolte private e contiene 156 interviste rilasciate dall’intellettuale fiorentino - scomparso nel 1994 - a riviste, periodici e quotidiani.

 

Perché questa raccolta di interviste a Franco Fortini?

Ho raccolto queste interviste lavorando all’interno del Centro Studi Franco Fortini di Siena e ho deciso di metterle insieme in volume con l’intento di presentarle ad un pubblico vasto. Io credo che ci siano le condizioni affinché Fortini possa trovare un lettore nuovo nell’altrettanto nuovo contesto che si è venuto a creare dopo i fatti di Genova e dopo la guerra in Iraq. È un po’ una scommessa, un attestato di fiducia – prima di tutto dello stesso Fortini - verso questo nuovo lettore, anche largamente “ingenuo”, che non necessariamente deve conoscere la sua opera per leggere il volume. Si tratta di interviste – spesso legate all’uscita di libri o a contesti culturali e politici – che, proprio per la loro forma dialogica, ricorrono ad un linguaggio più aperto e confidenziale. Credo sia questo il loro pregio.

 

Secondo lei qual è il segno che Fortini ha lasciato nella poesia italiana del Dopoguerra?

Innanzitutto bisogna dire che la “funzione Fortini” nella letteratura italiana è una funzione minoritaria. Perché? Perché lui ha scelto, con coerenza e assecondando la sua natura, di lavorare su una linea che non è lirica. Noi sappiamo bene che la poesia italiana è una poesia non tanto dantesca, quanto piuttosto petrarchesca, e che la “linea Petrarca” è stata grandemente maggioritaria nella nostra produzione letteraria. Certo, si può spiegare questa tendenza anche attraverso delle motivazioni storiche legate alla non unificazione dello Stato italiano, o meglio alla sua tarda unificazione, ma anche a quegli elementi che già aveva analizzato Gramsci nei suoi Quaderni, quando poneva l’accento sulla separazione tra l’intellettuale italiano e il popolo italiano, nonché sulla tentazione cosmopolita. Ci sono quindi delle ragioni precise a spiegazione del fatto che Dante è stato molto ammirato ma poco letto, mentre Petrarca è stato non solo ammirato e letto, ma anche largamente imitato. Fortini dal canto suo scelse una linea che potremmo definire “corale”. Non proprio lirica, quanto piuttosto filosofica. Ad esempio lavorò spesso sul falsetto, che è un modo per aggirare quel patetismo presente, per citarne uno, in Pasolini. In Fortini c’era quasi un “tirare il collo all’elegia”, tanto per utilizzare una formula che già Pasolini aveva coniato per Zanzotto. Questo è ciò che ha fatto Fortini nella sua produzione poetica e, coerentemente, come critico letterario. In ambito critico, infatti, è andato a scegliere - magari sbagliando, ma anche eventuali errori denotano la sua coerenza di fondo – il Manzoni degli Inni piuttosto che quello delle liriche; in qualche misura sentiva molto lontano dalla sua concezione anche lo stesso Leopardi e – in ambito non strettamente poetico - ha sempre messo in evidenza la sua distanza verso una ricerca come quella di Kafka, che diceva essere “troppo vicino all’Omega”.

 

Per Fortini era molto importante la conoscenza approfondita dei poeti e della poesia del passato, dei linguaggi e delle strutture: non ci si può inventare poeti. Ci può dire qualcosa di più in proposito?

Fortini ha avuto sempre molto chiaro che la letteratura è un’istituzione. È un discorso che riguarda tanto la letteratura quanto qualsiasi altra manifestazione civile. Questa sua idea rientra nel concetto di centralità della mediazione. Intendere la letteratura come istituzione implica che il poeta non può pensare di emergervi improvvisamente come Venere dalle acque: deve sempre attraversare la produzione precedente. Per esempio, nell’ambito della traduzione e contrariamente a quanto sosteneva Benedetto Croce – Fortini è stato un grandissimo traduttore –, egli affermava che un poeta come Goethe non può essere trattato come un qualsiasi altro poeta proprio perché è un classico, e quindi nel tradurlo, così come nel tradurre un testo come l’Ecclesiaste, non si può fare a meno di tenere presenti i “rampini” che altri arrampicatori hanno lasciato nello scalare le stesse vette, ossia non è possibile non mettere in conto le indicazioni dei traduttori precedenti. Nel lavoro di traduzione Fortini ha avuto sempre molto chiaro il fatto che chi traduce, come anche chi fa poesia, ha a che fare con una tradizione e che in questa si deve collocare. Qui il discorso si fa molto interessante perché implica una modalità non solo letteraria, ma anche culturale e, se vogliamo, civile, modalità che consiste nel concepire sé stessi come inseriti in una cultura. Si tratta di un ordine di questioni di cui, ad esempio, si è interessato un sociologo francese straordinario come Bourdieu, il quale parla di un “campo” nel quale si muove tanto il letterato quanto il pittore, il piccolo borghese, l’operaio e così via. Tale campo ha una sua storia, ha le sue potenzialità, e solo chi conosce questa storia e queste potenzialità può giocarle all’interno del campo stesso.

 

Fortini non pensava che la poesia potesse cambiare la società. In una delle sue ultime poesie, Lontano lontano (contenuta in Composita solvantur, Einaudi 1994) egli scrive a proposito dei caduti in guerra: “Potrei sotto il capo dei corpi riversi/posare un mio fitto volume di versi?/ Non credo.” Ci potrebbe parlare del rapporto tra l’intellettuale e la società in Fortini?

Vorrei specificare che questa poesia di Composita solvantur è inserita all’interno di un più ristretto gruppo di poesie intitolato Sette canzonette del Golfo, scritte in occasione della prima guerra del Golfo e che mi sono andato a rileggere recentemente, a ridosso di quest’altra guerra in Iraq. Sono componimenti impressionanti per la loro attualità, così straordinari che li ho utilizzati anche in ambito didattico e li ho commentati insieme agli studenti con grande soddisfazione. In queste poesie è presente una tensione che è sia di abbandono, sia di rabbia; di desiderio di intervento e di coscienza della propria impotenza, tensione che in qualche misura descrive anche la nostra situazione. Ora, quando si parla di Fortini bisogna avere ben chiara una cosa: che siamo di fronte ad una contraddizione continua…

 

Alcuni lo potrebbero addirittura definire un “poeta antipoeta”…

Esatto, si tratta di una contraddizione continua che non vuol necessariamente essere ossimorica, anche se a volte lo è. Sul rapporto tra poesia e società per Fortini, potremmo anche citare una sua poesia degli anni Sessanta che recita così: “La poesia/non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”. Bisogna ugualmente scrivere. Ecco, in Fortini è presente questa coscienza della nullità della poesia e insieme della sua inevitabilità, del suo valore di testimonianza, del gesto che va compiuto. Tenendo ben presente, però, che per Fortini la poesia è sempre molto aristocratica, sebbene il poeta, come uomo, debba essere democratico.

 

Ci può parlare del rapporto di Fortini con Pier Paolo Pasolini?

Per Fortini Pasolini era sostanzialmente un neoromantico e su questo i due erano nettamente distanti. Ad un giornalista che gli fece una domanda in proposito, Fortini rispose che al giorno d’oggi l’Italia ha bisogno di meno “genio” e di un lavoro più concentrato verso le scuole e i mezzi di comunicazione di massa. Quindi Fortini rifuggiva la genialità, elemento che più di ogni altro coglieva in Pasolini. Detto questo, però, non bisogna dimenticare che apprezzava moltissimo certe qualità di Pasolini, soprattutto era affascinato dalle sue qualità poetiche e di regista, tant’è che pubblicò un intero libro a lui dedicato, quando Pasolini era già morto, in cui raccolse tutto il carteggio di lettere che era intercorso tra i due, ma anche saggi e poesie. Lo intitolò Attraverso Pasolini, proprio per sottolineare l’importanza che l’incontro aveva avuto non solo a livello biografico, ma anche a livello intellettuale, e riassunse il contenuto del volume nella frase “aveva torto e non avevo ragione”. Si trattava certamente di un rapporto molto complesso.

 

Qual è oggi il grado di conoscenza della poesia nella scuola italiana e nel nostro paese in genere? Si tratta solo di una pratica elitaria?

Oggi assistiamo senz’alcun dubbio ad una sorta di franamento dell’istituzione letteraria. Le trasformazioni che coinvolgono la scuola, a partire da questo governo ma già dalle riforme avviate con il ministro Berlinguer, stanno così violentemente modificando il campo di lavoro didattico che uno studente può affrontare un corso di studi superiore, anche liceale, senza conoscere la letteratura, italiana e non. Questo è un male? Forse no. Forse è semplicemente una fotografia del reale stato dell’arte. Uno degli insegnamenti principali che ho avuto lavorando a questo libro è che l’intellettuale è scomparso perché non ce ne sono più le condizioni. È scomparso tanto verso il basso, quanto verso l’alto. In alto esistono grandi specialisti, certo, ma non è più possibile trovare quella figura di intellettuale nata tra Settecento e Ottocento e sopravvissuta per qualche tempo come legislatrice del mondo. In basso è presente un’intellettualità di massa che continueremo a definire “diffusa” fino a quando ce lo permetterà lo stato della scuola italiana, dato che anche da questo punto di vista può essere attaccata nelle sue condizioni materiali e di formazione. Questa nuova intellettualità ha un rapporto molto diverso con la poesia e dunque la poesia che nasce in un contesto di tale natura è totalmente differente. Forse la sua parte più vitale – anche qui l’insegnamento di Fortini può essere interessante – è proprio quella che in altri tempi veniva giudicata minoritaria: la lettera, anche quella privata, addirittura il diario. Ci sono delle piccole riviste di cultura italiane che coltivano proprio questo aspetto, che forse oggi costituisce il panorama migliore della letteratura e della poesia.

Di Maria Agostinelli

 

Velio Abati si è occupato di teoria e critica letteraria in riviste quali “L’Ombra d’Argo”, “Allegoria”, “L’Immaginazione”. Suoi lavori in volume sono usciti su Andrea Zanzotto (L’impossibilità della parola, Il Bagatto 1992; Andrea Zanzotto. Bibliografia 1951-1993, Giunti, 1995; ha curato il saggio bibliografico del Meridiano dedicato a Zanzotto, 1999), su Luciano Bianciardi (La nascita dei “Minatori della Maremma”. Il carteggio Bianciardi – Cassola – Laterza e altri scritti, Giunti, 1998), sui contrasti popolari d’improvvisazione in ottava rima (Contrasti, a cura di Velio Abati e Luciano Giannelli, Quaderni dell’Archivio delle tradizioni popolari della provincia di Grosseto, 1987). Dirige la Fondazione Luciano Bianciardi, nata Grosseto nel 1993. È autore di racconti e poesie, che escono in plaquettes ed edizioni minime. Una di queste reca una litografia di Toti Scialoja (Dialoghetti, 1984).

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