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Il dialogo tra De Luca e Stefano Tassinari

 Il dialogo tra De Luca e Stefano Tassinari

La parola immaginata si impernia sui reading di letteratura ed è ideata e condotta da Stefano Tassinari. D. In questo momento c’è un’esplosione - in letteratura, a teatro, al cinema – di testi sugli anni Settanta. Alcuni racconti contenuti nel tuo Il contrario di uno sono proprio dedicati ad una generazione, la nostra. Però li hai ricostruiti attraverso dei frammenti, com’è nel tuo stile. Pensi che sia impossibile ricostruire quella storia attraverso, ad esempio, un grande romanzo, come fanno gli americani riguardo alle loro vicende? Perché, secondo te, non si riesce o non si vuole affrontare quel periodo in un modo più compiuto, ma si sceglie sempre la strada del frammento, così come fai tu con le tue “microstorie”? Guarda e ascolta la risposta R. Probabilmente perché questa nostra storia, che oggi può essere interessante dal punto di vista commerciale, è stata verbalizzata dalle cancellerie di tribunale, che ne hanno dato la loro versione definitiva. Ciò vuol dire che solo attraverso delle piccole fratture, delle piccole crepe nel sottosuolo, emergono delle versioni di parte. Noi da molti anni – anche tu sei complice in questo – facciamo delle versioni di parte, di parte lesa della storia, e, operando da sotto, dobbiamo aggrapparci forte al frammento. D. Stasera partiremo con un racconto molto intenso dal titolo Il vento in faccia. Parla di un arresto, ma anche del rapporto con la violenza, che è il rapporto più discusso e parimenti più difficile da raccontare, perché chi non ha vissuto quegli anni si è fatto un’idea un po’ strana, ossia che allora ci fosse una generazione di matti che stava tutto il giorno in piazza a fare cose violente da qualche parte. Vi si parla, però, anche delle leggi speciali - la legge Cossiga, la legge Bartolomei ecc. – sebbene non direttamente (vai alla videoantologia di questo estratto). Da parte tua c’è quindi la volontà di ricostruire un clima. Oggi che rapporto hai – come scrittore e come persona – con quella violenza e con il clima che ha generato quella violenza, un clima che è così difficile da rappresentare? Guarda e ascolta la risposta R. Non ho un rapporto obbiettivo con quella violenza perché ci sono stato dentro, perché la ho conosciuta, la ho subita e la ho ammessa. La mia generazione ha ammesso il massimo di violenza possibile e dunque non ne ho un rapporto distaccato. In seguito alla violenza, fatta e subita, una quota della mia generazione è ancora trattenuta, sta ancora in fondo al sacco delle detenzioni penali del Novecento, per le lotte politiche del Novecento. Per me questa è una lesione che non si può ricucire se non quando questa generazione non sarà restituita al mittente, ossia a casa. Fino a quando questo non succederà non sarò lucido, apparterrò al deposito penale del Millenovecento. D. Un altro racconto di cui sentiremo il testo dalla tua voce si intitola La gonna blu (vai alla videoantologia di questo estratto). Mi ha molto colpito perché, in mezzo hai tanti simboli di quell’epoca, tu ne scegli uno apparentemente molto semplice, comunque distaccato dalla simbologia tradizionale di allora: la gonna blu di una ragazza che casualmente transita all’interno di quella esperienza. È un dettaglio. All’interno del racconto citi molti altri temi, e c’è una frase in particolare che mi ha colpito: la ragazza dice all’io narrante “Ma tu non vuoi essere, per una volta, il prossimo di qualcuno?”. Non ho capito se dietro a questa frase c’è il desiderio di parlare del rapporto con la religione – il prossimo da un punto di vista religioso – oppure vi si intende il prossimo come ben altro. E poi c’è una domanda importante che emerge dal racconto: da dove viene questa generazione? Tu la risolvi dicendo che sembra quasi ci fossimo dati appuntamento: da oggi nasciamo diciottenni in una piazza. Se oggi tu dovessi risponderti in maniera più ampia rispetto al racconto che cosa diresti? Guarda e ascolta la risposta R. Non lo so. Ancora non so che cosa determini le generazioni, perché alcune spuntano come onde, non giustificate da alcun moto ondoso precedente e non seguite da nessun moto ondoso successivo. È accaduto a noi e non ad altri. Io sono abbastanza soddisfatto di essere nato nel mio tempo e non ho rimpianti, non sento di aver sbagliato luogo e tempo. Per quel che riguarda il “prossimo”, si tratta di una parola strettamente cristiana e appartiene al Vangelo: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Quello che mi piace della parola “prossimo” è che riguarda letteralmente il vicinissimo, non è estesa all’infinito, non riguarda qualunque abitante del pianeta. Da quel comandamento – che in quanto tale è un obbligo - sei tenuto ad amare – e non a sforzarti di amare – quello che sta nei guai vicino a te. Non sei responsabile di coloro che non sono vicinissimi, ma di quei centimetri che stanno intorno a te. Questo per me è vincolante: io non posso sapere tutto ciò che accade nel mondo, ma ad alcune chiamate del vicinissimo io ho potuto rispondere. Non sono responsabile del pianeta, non ho il sentimento di onnipotenza di poter rimediare ai mali del mondo, ma posso fare qualcosa per colui che mi sta inciampando davanti. L’odierno mondo occidentale si sente titolare di poter riparare tutti i mali del mondo e di intervenire militarmente in tutte le faccende del mondo. Questo riguarda il lontanissimo, mentre io mi attengo strettamente al prossimo. D. Per rimanere nell’ambito di questo racconto, tu hai scelto una ragazza borghese, una pariolina che si mette a ciclostilare con te in una sede nel quartiere di S. Lorenzo. È come se tu volessi parlare della casualità, dei tanti che ti sono passati vicino casualmente e che non sono rimasti. Sono dettagli legati ad una figura che metti in rapporto con il tema del ciclostile. Nel ‘75, anche nell’organizzazione in cui tu eri militante, ossia Lotta Continua, ci fu una mezza rivolta delle donne, che dicevano di non voler più essere gli “angeli del ciclostile”. Per la nostra generazione il ciclostile è veramente un’icona: abbiamo vissuto per circa 12 anni un rapporto di quotidianità quasi fisico con il ciclostile… Guarda e ascolta la risposta R. La rivolta delle militanti di allora non fu mezza, ma intera. Del ciclostile, però, generalmente se ne occupavano i maschi, perché era un’attività meccanica e si pensava che fosse più adatta al genere maschile. Dentro a quella ondata di militanti – in prima fila i militanti rivoluzionari – c’era un’umanità vastissima, ed era un’umanità che rendeva possibile quella tenuta e quella tensione che nel nostro paese sono durate così tanti anni. La temperatura a terra dell’Italia di quell’epoca non era data dalle punte, dai picchi febbrili delle sue avanguardie, ma dalla quantità di persone miti, pacifiche, tranquille, che era disposta ad ospitare e ad aiutare i primi. Per esempio, una persona mite e legalitaria come mio padre – che non ha mai approfittato nemmeno di cinque lire dello Stato, che non infrangeva nessuna legge – in quegli anni si mise ad ospitare latitanti di Lotta Continua nella maniera più tranquilla possibile, senza nessuna preoccupazione per sé e per le conseguenze che potevano incombere su di lui. Quindi all’epoca c’era un’Italia che sosteneva quella gioventù infebbrata. Ciò ha reso veramente rivoluzionaria la situazione dell’Italia di allora, per quel piccolo grado di temperatura in più che c’era al suolo, alle spalle, e non nelle punte più incandescenti. Era un’Italia che aiutava quella forza d’urto a spostare i confini elementari, perché le rivendicazioni di allora non erano affatto rivoluzionarie: erano di purissima, elementare democrazia. Nel ’69 le fabbriche della FIAT, ad esempio, cinque minuti prima che scoppiasse tutto erano il contesto più arretrato del sindacalismo italiano. Nella fabbrica c’era la tirannia, la dittatura del lavoro salariale: l’operaio non poteva scambiare una parola con il suo compagno a monte o a valle della catena di montaggio. Non poteva scambiare una parola! Sennò gli veniva fatto un richiamo, e tre richiami significavano il licenziamento. Doveva anche chiedere il permesso per andare a pisciare al suo capo, il quale decideva a suo piacimento se concederglielo, altrimenti se la poteva pure fare addosso…e se la faceva addosso! “Tanto s’asciuga”. Ciò che è successo in quegli anni è stata la instaurazione dei diritti elementari, che però avevano bisogno di una modalità d’urto per essere aiutati, altrimenti legalmente, normalmente, non sarebbe cambiato nulla. La temperatura rivoluzionaria, il formato rivoluzionario, era indispensabile ad ottenere il minimo in fatto di diritti di democrazia. D. In Annuncio mai spedito (vai alla videoantologia di questo estratto), un altro dei racconti che leggerai stasera, ad un certo punto dici: “Sono stato ragazzo per qualche settimana, un paio di volte, d’estate. Per tutto il frattempo si era adulti involontari”. Una frase veramente bellissima. Vorrei che tu parlassi di questa condizione di adulti involontari o quelli di noi che hanno saltato di netto l’adolescenza. Guarda e ascolta la risposta R. Mi devo rifare a delle categorie, e purtroppo non riesco a raccontarle bene. Noi eravamo sottoposti ad un pressione poliziesca, giudiziaria, militare che ci impediva di essere completamente gioiosi. In quegli anni – e poi successivamente - siamo stati la generazione più carcerata per motivi politici della storia d’Italia, molto di più che durante il ventennio fascista. Questo record – di cui non andiamo orgogliosi, ma che comunque ci contraddistingue – sembra una specialità tipica dei burrascosi. In verità - quando si parla del tempo in cui era improvvisamente possibile, ad esempio, il libero amore - le ragazze, le donne, le compagne, avevano interesse e attrazione per tutti coloro che partecipavano a quelle lotte: non c’erano differenze di censo, di età, di bellezza. Ciò dipendeva dal fatto che quella libertà di comportamento anche tra i sessi apparteneva alla resistenza politica. La libertà sessuale di allora aveva a che fare con il fatto che tu occupavi un posto, stabilivi una forma di extraterritorialità. Stabilivi che quello era il tuo posto e lo difendevi anche se era un posto pubblico, e quindi si trattava di occupazione di pubblico suolo: era tuo diritto tenerlo e difenderlo. Dentro quella liberazione provvisoria, occasionale, che poteva durare qualche notte, era possibile stabilire un’uguaglianza che arrivava fino alla carne, alla libertà sessuale. Ma la libertà sessuale non era una canzonetta, in base alla quale tutti, d’improvviso, avviati da un pifferaio magico, si davano al libero costume: quel libero costume era frutto solamente della lotta. D. Per continuare questa riflessione cito altre due tue cose, una un po’ più vecchia. C’è uno scambio epistolare tra Erri De Luca ed Angelo Bolaffi, che forse molti di voi avranno letto, dal titolo Come noi coi fantasmi e uscito per Bompiani un po’ di anni fa. In una delle lettere che mandi a Bolaffi dici: “Noi ci dislocavamo a chiazze, come una febbre che aumentava di un grado la temperatura ovunque. Infine questa era la bestemmia: non volevamo vincere, solo inceppare a lungo, prolungare l’età di rivolta. Non abbiamo inseguito vittorie, ma trascinato giustizia. Il grosso di noi è diventato inservibile al rinnovo dei ranghi dirigenti, si è demolito in parte e adesso manca, con modiche eccezioni. E oggi questo mi sembra un valore”. L’altra frase, invece, l’ho presa da uno dei racconti che leggerai stasera. Citi “La meglio zoventù” – con la zeta - alludendo alla canzone degli alpini, una canzone del ’48, quindi del primo dopoguerra. E poi dici: “Felicità per noi è stato un quartiere insorto all’improvviso, affianco e intorno. Chiamavamo quelle cose comunismo, ma tiravamo a indovinare. Quella era soprattutto una felicità aspra e affumicata.” Mi piacere un tuo commento e un tuo sviluppo su queste due frasi che ho trovato molto intense e molto belle. Guarda e ascolta la risposta R. Questo è molto strano per una generazione che ha preteso da sé il titolo di “rivoluzionaria”. Quella generazione si è posta malissimo e poco il problema del potere, della presa del potere, mentre molto di più si è accanita nell’inceppare rigorosamente i poteri in corso, i poteri costituiti che avevano corso in quel tempo. Tutti i poteri a tutti i livelli possibili: dal bidello al capo del governo. Questa generazione si è dunque mal posta il problema del potere dal punto di vista rivoluzionario. Il rivoluzionario vuole il potere. Le rivoluzioni vogliono spodestare il despota, il potere costituito. Si tratta di un vizio di forma di quella generazione, ma anche di una sua consistente quota di generosità. Sostanzialmente non lo faceva per non prendere il posto di nessuno: voleva solamente prolungare ad oltranza la debolezza dei poteri di allora, perché dentro quella debolezza avveniva la democrazia. Per quanto riguarda “chiamavamo quelle cose comunismo, ma tiravamo a indovinare”, c’è da dire che noi non ci sentivamo assolutamente condizionati da come avevano organizzato e sviluppato quella parola nel tempo precedente. Non l’avevamo inventata noi, non esordivamo con quella parola. L’avevamo ereditata: veniva dalla forma più dura di contrapposizione ai capitalismi dell’inizio del secolo. Il mondo, d’altra parte, era diviso in due. Aveva due facce: era rotondo, sì, ma come una moneta, non come una sfera. Tutte e due le facce cercavano di mettere sotto l’altra e di cancellarla. Bisognava stare da qualche parte, e noi scegliemmo quel nome. Ma a quel nome noi abbiamo attribuito i nostri sensi e il nostro modo di fare, non utilizzando l’aggettivo come veniva utilizzato dal partito ufficiale di allora, che lo deteneva per diritto ereditario. Non ci stava bene nemmeno questo. Quella generazione era fuori da tutte le forme partito precedenti. Non si faceva stringere dentro l’angolo di quel nome da parte dei partiti. Era avversata fisicamente dal Partito Comunista: io credo che siamo stati molto più avversati dal Partito Comunista di allora che dalla Democrazia Cristiana. D. Una domanda finale sul titolo del libro che sta alla base della lettura di stasera: Il contrario di uno. Il contrario di uno cos’è? È la coppia? Sono le masse di cui parlavamo allora? Sono le moltitudini di cui parlano i movimenti giovanili adesso? Guarda e ascolta la risposta R. Il contrario di uno - il contrario della solitudine – può essere qualunque cosa. Può essere la politica, quindi il trovarsi in molti e smaltire il proprio isolamento dentro una comunità in moto. Oppure, più fortemente, trovarsi in alleanza con una e una sola persona. Io credo che il genere umano sia diventato fortissimo in natura grazie a questa alleanza, a questa coppia maschile/femminile, a questa alleanza orizzontale tra due coetanei. Nella natura della specie umana è molto più forte il legame maschio/femmina che il legame madre/figlio o padre /figlio. Solamente adesso, che il legame di coppia è debole, diventano succedaneamente, surrogatamene forti i legami tra generazioni. Ma il legame fondamentale è il legame maschile/femminile. E quel due è un numero che forma una coppia così forte da essere riconosciuto da alcune grammatiche: ad esempio quella greca e quella ebraica hanno il duale, che non è né il singolare, né il plurale, quanto piuttosto un’entità a parte che si declina a parte. È un numero al di fuori del sistema. Perché è una forza di combinazione che ha permesso la fortuna della nostra specie nel pianeta. Quando uno scrittore russo dice che l’uomo è la bestia più forte che esiste in natura io gli credo perché l’uomo è formato dalla coppia maschile/femminile. È un’alleanza tra persone che non stanno a fianco, ma una contro l’altra. La Bibbia dice che Adamo ed Eva stanno di fronte, di rimpetto, l’uno contro l’altra: possono essere nemici o alleati formidabili. Il contrario di uno per me è la scoperta di poter essere in due. Una scoperta felice, entusiasta, violenta, ma forte come può essere un nodo, che si forma ma che si deve anche poter sciogliere.

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