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Tabucchi: Io, Luciana e Fernando

 Tabucchi: Io, Luciana e Fernando

a cura di Francesca di Mattia Nel maggio scorso, alla Fiera del Libro di Torino, si è svolta la presentazione dell’ultimo libro di Luciana Stegagno Picchio. Un incontro a cui hanno partecipato l’autrice, il critico letterario Paolo Mauri e l’allievo e amico Antonio Tabucchi, un altro scrittore, traduttore e critico che tanto ha contribuito alla conoscenza e alla diffusione di Pessoa in Italia. Riportiamo qui il suo intervento, che ripercorre la storia dell’amicizia con la Picchio e gli interessanti saggi del libro. Ferrero mi ha invitato tante volte alla Fiera del Libro di Torino, e non ho mai partecipato, ma questa volta ho accettato perché era presente Luciana Stegagno Picchio, la mia maestra, la persona a cui devo tutto. Sono felice che mi abbia invitato a presentare il suo libro, Nel segno di Orfeo. Forse Pessoa l’ho scoperto da solo, ma è lei che in seguito me lo ha insegnato. Nel ’64 non pensavo assolutamente al Portogallo. In quell’anno ero studente di Filosofia alla Sorbona di Parigi, poi ho capito in tempo - per fortuna - che non era quella la mia vocazione . Ho deciso che sarei tornato in Italia e che mi sarebbe stata più congeniale la letteratura. Ignoravo il Portogallo, forse anche la sua collocazione geografica, per me era Spagna… ma un giorno, camminando verso la Gare de Lyon per tornare in Italia, mi fermai a una bancarella per comprare un libro da leggere in treno. Ne vidi uno, di cui l’autore era un certo Fernando Pessoa, e lo comprai per due motivi: il primo perché si chiamava Tabacaria (“Tabaccheria”) - un titolo poco romantico che suscitò la mia curiosità -; il secondo motivo, quello principale, perché era il libro che costava meno. E così lo lessi in treno, in lingua francese. Sono strani i casi della vita: quando arrivai a Pisa decisi di iscrivermi alla Facoltà di Lettere, e mi accorsi che nell’ambito della Filologia romanza c’era un corso di Lingua e Letteratura portoghese, tenuto dalla Prof. Luciana Stegagno Picchio. Andai a una sua lezione e la trovai gentilissima, capace di raccontare cose straordinarie. Così diventai suo allievo e le dissi che volevo conoscere meglio Pessoa. Lei mi rispose che prima avrei dovuto fare un po’ di esercizio filologico. E anche per questo le sono molto grato. Oltre che una grandissima critica, infatti, Luciana è un’eminente filologa romanza: mi sottopose quindi a una specie di penitenza e mi insegnò come si fa un’edizione critica di un testo antico. Ho capito prima di tutto che la filologia è una scienza seria, e sono contento di aver imparato, grazie a lei, che si può lavorare sui testi, “restaurandoli” come si fa con un dipinto. Dopo questo apprendistato, Luciana divenne la mia insegnante di Letteratura portoghese. Mi spinse a tradurre O Marinheiro (“Il marinaio”) di Pessoa, che pubblicai nel ’69 sulla rivista Il dramma, e mi insegnò ad avere un rapporto diretto con il testo. Quella traduzione, in seguito, fu da me rivista e corretta – ma senza modifiche sostanziali – e pubblicata una seconda volta per Einaudi, nella collana “Scrittori tradotti da scrittori”, una definizione che mi piaceva molto. Da allora mi venne il pallino di Pessoa, e negli anni successivi sono sempre stato seguito dall’affettuosa e amichevole sorveglianza di Luciana, che ora finalmente pubblica questo libro in Italia. I suoi saggi, infatti, sono scritti in francese, inglese e portoghese, e lei li ha sempre pubblicati con nonchalance, con la consapevolezza che possono essere letti anche in altre lingue e con la modestia che caratterizza i grandi studiosi. L’edizione di Nel segno di Orfeo è molto raffinata, come tutte le opere del Nuovo Melangolo. Vi è un grande lavoro di esegesi: i vari Pessoa sembrano tutti partecipare a una seduta psicoanalitica di Luciana. Parlare di questo libro per me significa principalmente parlare della sua autrice, perché mi legano ad essa tante avventure intellettuali, come la rivista Quaderni portoghesi, durata dieci anni… e poi ci ha legato Pessoa, e siamo diventati “acerrimi amici”, come dice lei. Pessoa è un universo che va in tante direzioni e in questo libro sono presenti molti aspetti di questo immenso personaggio. E’ un continente, non un paese, e non è solo il Portogallo, ma tante cose diverse. E giustamente, nei saggi di Luciana, l’approccio è comparatistico. Pessoa, una volta tornato dal Sudafrica, non si è mai mosso da Lisbona, ma arrivava dappertutto con il pensiero, “era in sintonia”; era un po’ “stregone”, ma anche un uomo di una cultura immensa. Andava nelle librerie francesi e inglesi e si documentava sul mondo. È un autore che va letto nel contesto della sua epoca, altrimenti si rischia di farne un fenomeno da baraccone o, come dice Luciana, di dare troppa rilevanza all’eteronimia, aspetto della sua personalità che sicuramente colpisce molto. Ma bisogna soffermarsi anche sull’estetica del suo pensiero e dei suoi versi. D’altronde, anche un’altra persona avrebbe potuto inventarsi sette-otto eteronimi, ma se non avesse scritto ciò che ha scritto Pessoa, perché dovrebbe interessarci? Lui compie semplicemente “un’opera di radicalizzazione” di qualcosa che è sempre esistito, e che resta invalicabile. Cervantes stesso dice: “Io sono Don Chisciotte e Sancho Panza”. In questo libro c’è un bellissimo saggio sul personaggio, di cui vorrei parlare. Il rapporto autore-personaggio è molto curioso: nell’Ottocento il personaggio è un’entità passiva che l’autore plasma a suo piacimento. Esso comincia a emettere i primi vagiti di reazione alla fine del XIX secolo, con l’alterità dell’io presente in Rimbaud, Nerval, Pirandello, che è stato un mese in Portogallo, ma non risulta che abbia incontrato e conosciuto Pessoa. Il personaggio si è trasformato in seguito con Kafka, Machado... Non è più cera calda da plasmare, ma qualcosa che si muove, che, se l’autore si gira, può anche fargli uno sberleffo. Comincia così una partita a tennis tra l’autore e il personaggio: prima l’autore tirava le palle, e il personaggio le subiva tutte. Con Pessoa il personaggio risponde, a volte fa delle grosse schiacciate, ed egli stesso non riesce a controbattere. Mi è venuta in mente una bella frase di uno scrittore portoghese, che nel rispondere a un giornalista interessato ai personaggi negativi e antipatici di un suo libro, disse: “Il problema non è se il personaggio mi è antipatico, è quando io resto antipatico al mio personaggio”. Pessoa è così, al quadrato, al cubo. Ha molta potenza. Questo libro è un percorso su Pessoa fatto in vari modi, e voglio parlarne velocemente. Il primo saggio, intitolato Uno e quattro, fu pubblicato nel ’67, in Strumenti critici, una rivista pionieristica. Un ritratto “ritoccato” di ciò che aveva scritto Panarese nell’antologia dedicata a Pessoa e pubblicata nello stesso anno, che Luciana aveva criticato poiché dava un’immagine “sfocata e parziale” del poeta portoghese. Ma soprattutto ci ho trovato esercizi straordinari, come ad esempio leggere Pessoa attraverso il filtro di altri poeti, nel saggio I poeti letti dai poeti. Il poeta gerundio di Murilo Mendes. I poeti sono i migliori critici degli altri poeti, colgono aspetti inediti e sconosciuti che sfuggono ai critici, più propensi a seguire delle categorie ben definite. Un altro saggio bellissimo è quello intitolato Pessoa, Marinetti e il futurismo mentale della generazione dell’“Orpheu”: leggendolo si mette un punto finale a questa idea deviante di Pessoa alla stregua di un Fregoli, di un fenomeno da circo. Pessoa va inserito infatti all’interno del contesto delle Avanguardie, non solo portoghesi ma anche europee, come il Dadaismo e il Surrealismo. Poi c’è un saggio che Luciana voleva che io pubblicassi: Filologia vs Poesia: io difendo il “giorno trionfale”, un inno alla trovata del personaggio, perché Pessoa ha fatto una poetica “a posteriori”: pensava che prima si crea l’opera, poi ne si individua la poetica. Motivo del contendere è la lettera di un giornalista, Adolfo Casais Monteiro, che gli chiede spiegazioni sulla storia degli eteronimi. Pessoa gli risponde con una missiva straordinaria, dove parla dell’8 marzo del 1914, giorno in cui nascono gli eteronimi, “il giorno trionfale della mia vita”, e vi è tutta la descrizione di ciò che accadde. Fu preso da una furia quasi improvvisa, sentiva tante voci dentro di sé, voci interne, qualcosa che ha a che vedere con i fenomeni mistici e le allucinazioni sonore. Tra l’altro, a proposito di questo memorabile episodio, citava la zia Anica, abituata a fare sedute spiritiche con le amiche in casa sua. Queste voci arrivavano, e non davano scampo: in un raptus empatico Pessoa si mise a scrivere di getto. Recentemente si è discusso dell’autenticità di questa relazione tardiva fatta dai filologi. Uno di loro, Ivo Castro, aveva avanzato dei dubbi filologici. E Luciana, con l’intuito e la conoscenza di altri personaggi nati in modo simile, vuole dar credito a questo giorno trionfale: il momento in cui sono nati i personaggi c’è stato. Luciana reagisce a queste ipotesi dicendo: e il “filologo romantico” dove lo lasciamo? Nel libro di questa grande studiosa, una delle cose più belle e appaganti è che uno degli obiettivi è lasciare intatta l’aura di mistero del fatto letterario e della creatività. E inoltre questi saggi rappresentano un omaggio affettuoso a Pessoa, oltre che un invito a leggerlo per chi ancora non lo conosce e a rileggerlo per chi lo ha già letto.

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