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“Scandaloso” Greene

 “Scandaloso” Greene

Le ragioni di un successo di cui nessuno vuol parlare. I lati oscuri dello scrittore più gettonato da Hollywood, eppure inviso all'establishment. Una spy-story fondata sui grandi valori.

 

Nelle sue amabili e coltissime conversazioni il poeta argentino Borges, parlando delle opere narrative di Gilbert Keith Chesterton, osservava che “nei suoi racconti è sempre suggerita una spiegazione magica, grazie alla quale, se il genere poliziesco morrà – cosa non impossibile, dato che il destino dei generi letterari è quello di sparire – i racconti di Chesterton saranno ancora letti in virtù di quella poesia che racchiudono, e di quella magia”. Graham Greene è uno scrittore che ha molti punti in comune con Gilbert Keith Chesterton. Inglese, nasce a Berkhamsted, cinquanta chilometri a sud di Londra, esattamente cento anni fa: il 2 ottobre 1904. Come Chesterton, si convertì al cattolicesimo, anzi la sua scelta fu in qualche modo determinata da quella del suo più anziano connazionale: Graham, infatti, si convertì dopo aver conosciuto Vivien (che sposerà nel 1927), anche lei da poco passata alla fede romana grazie soprattutto all’assidua lettura delle opere di Chesterton, che presto farà conoscere al marito. Greene inoltre è parente, da parte di madre, di Robert Louis Stevenson (a cui Chesterton dedicherà un saggio biografico) e per certi versi si può dire che i suoi romanzi sono proprio un incrocio tra Stevenson e Chesterton: avventura, esotismo e un terribile gusto per il paradosso. Infine, la popolarità di Greene, come quella di Chesterton, ha conosciuto un destino ricco di oscillazioni e di alterne venture, che ormai da anni sono per lo più di segno negativo. Forse il genere poliziesco non morirà, come paventava Borges, ma molti scrittori che osano avventurarsi nella letteratura “di genere” corrono il rischio dell’oblio. In entrambi i casi, sia per Greene che per Chesterton, si tratta di un oblio immeritato e ingiustificato. Norman Sherry, biografo di Greene, in una recente intervista lo ha definito come uno dei massimi scrittori del Novecento. Ma cosa resta, oggi, di Greene? Di Chesterton, ricordava Borges, sarebbe rimasta la poesia e la magia che arricchivano i suoi racconti, anche quelli “fatti in serie” come i gialli di Padre Brown. Nonostante i molti punti di contatto, Greene però è autore molto diverso da Chesterton. Non c’è poesia nei suoi romanzi (se Chesterton, come Borges, è abilissimo nel racconto, Greene si trova più a suo agio nella distanza più lunga del romanzo) e c’è ben poca “magia”. Se Chesterton poi racconta i poliziotti, queste vigili e oscure “sentinelle del caos”, Greene predilige la figura della spia che si muove nell’ombra, solitaria e diffidente, straniera sempre e dovunque, anche a casa propria; se il primo inventa Padre Brown, il prete-detective che scova il criminale per perdonarlo, il secondo si cimenta per lo più con squallidi agenti segreti, spesso di basso calibro, per raccontare gli abissi della meschinità e della fragilità umana, quel “territorio del diavolo” che, come direbbe la cattolica Flannery O’Connor, è l’unico posto dove può operare la Grazia. Al mondo caotico ma vivo, gioioso, di Chesterton, Greene contrappone il suo universo di ambiguità, di tradimenti e delazioni, dove il caos non significa vitalità ma conduce a un’esistenza di ferite dolorose, alle quali si può rispondere (non sempre, non tutti) solo con la pietà. C’è, però, quel già ricordato terribile gusto per il paradosso che porta entrambi gli scrittori a divertirsi, come direbbe Hitchcock (altro inglese cattolico) “a giocare con lo spettatore-lettore come il gatto col topo”. Molti lettori, anche i più appassionati, di Greene lo trovano infatti “insopportabile”. L’atmosfera dei suoi romanzi è spesso irrespirabile, soffocante, proprio come nei racconti di Chesterton, ma se in quest’ultimi l’esercizio “piacevolmente faticoso” a cui è sottoposto il lettore è quasi tutto razionale e logico, nel caso di Greene la fatica è tutta morale, esistenziale. Il demone dell’ispirazione ha condotto lo scrittore a scandagliare in tutte le direzioni possibili quel “guazzabuglio” del cuore umano, verificandone la resistenza nelle condizioni più estreme e paradossali. Fino a che punto un uomo può arrivare a degradare se stesso? C’è un limite, verso il basso, per ciò che s’intende comunemente per “umanità”? La consapevolezza che quella fede accettata, il cristianesimo, non può essere confusa con una mera dottrina morale, porta lo scrittore inglese a collocare i suoi personaggi (vi è quasi sempre un cattolico nelle sue storie) nelle situazioni più scabrose, in cui la fede diventa inevitabilmente, come scriveva Kierkegaard, una “sospensione dell’etica”. Ne La fine dell’avventura la protagonista, l’adultera Sara, è nello stesso tempo una santa, come lo è il prete vigliacco protagonista de Il potere e la gloria, così meschino che ne ignoriamo perfino il nome. I romanzi di Greene, non solo i suoi capolavori, sono tutti “scandalosi”, così come lo è la sua biografia (per molti tratti sovrapponibile alla trama di molte delle sue storie), così come lo è la sua scelta artistica. Forse è questa forza “sanamente trasgressiva” ciò che resta ancora oggi di Greene: con lui ci troviamo di fronte a uno splendido outsider del Novecento, uno scrittore fuoriclasse che ha osato, con spavalderia tutta inglese e cattolica (come Tolkien, Chesterton e Hitchcock), dedicarsi al romanzo di avventura e alla spy-story, che ha scelto il giallo e il thriller come canale della sua fantasia e vena poetica (e in quest’ottica è solo un’ulteriore aggravante il fatto che la sua penna abbia ispirato decine di trasposizioni cinematografiche hollywoodiane). Dal suo lontano parente Stevenson, Greene ha ereditato l’idea della letteratura come narrazione, del romanzo con al centro una storia da raccontare; nel secolo di Joyce e Svevo, il romanziere inglese ha rivendicato l’importanza di autori come Zane Gray (l’oscuro ma popolarissimo scrittore “western” viene citato provocatoriamente come modello ispiratore ne Il terzo uomo dal protagonista, alter-ego dell’autore, il romanziere Rollo Martins). E il secolo di Joyce e Svevo non glielo ha perdonato. Si potrebbe parlare a lungo (e forse varrebbe la pena: in Italia lo hanno fatto autori come Sciascia e Calvino) della discriminazione a cui vengono assoggettati alcuni interi generi letterari; qui è sufficiente ricordare quanto affermava Chesterton nel suo saggio Come si scrive un giallo: “Non c’è forse superstizione che abbia avuto sulla critica effetti più dannosi dell’abitudine moderna di scartare interi settori dell’arte come intrinsecamente brutti e indegni… Nessuna forma di lavoro artistico ha sofferto questa condanna indiscriminata più del tipo di narrativa comunemente chiamata poliziesca”. Contro le soffocanti “superstizioni” della critica novecentesca, Graham Greene ha combattuto la sua battaglia di libertà, rivendicando tale libertà innanzitutto rispetto alla sua stessa condizione di credente, categoria per lui inesistente dal punto di vista letterario, visto che preferirebbe chiamare gli scrittori cattolici, “romanzieri che sono anche cattolici” (così scrive nei suoi formidabili Saggi Cattolici – pubblicati negli anni ’60 e oggi introvabili). “Io appartengo ad un ‘gruppo’, la Chiesa cattolica”, scrive in uno di questi saggi, “un fatto del quale, come scrittore, potrebbero derivarmi gravissimi problemi: invece non li ho, appunto perché posso essere sleale…”. È proprio questa slealtà (caratteristica dei protagonisti di molti suoi romanzi) che lo porta ad affermare paradossalmente che “la letteratura non ha niente a che fare con l’edificazione spirituale. Con ciò non voglio affermare che la letteratura sia amorale, ma che ha una sua morale propria…” Ed è sempre il gusto del paradosso che spinge Greene a porre, in apertura de Il nocciolo della questione, quasi programmaticamente, il seguente verso di Peguy: “Al cuore stesso della cristianità nessuno è così competente come il peccatore in materia di cristianità. Nessuno se non il santo”.

 

Articolo di Andrea Monda

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