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Antologia: la città ideale di Borges

 <b>Antologia</b>: la città ideale di Borges

a cura di Francesca Garofoli Buenos Aires è la città borgesiana per eccellenza: priva di una fisionomia precisa, mutevole allo sguardo, specchio e metafora di tutte le città del mondo, dai grattacieli di New York ai palazzi di Parigi e alle strade di Damasco. Ma soprattutto Buenos Aires è una città “inventata” da Borges, che le ha dato un’immaginazione letteraria. Nel Quaderno San Martin lo scrittore argentino scriveva: “A me sembra una fandonia che Buenos Aires ebbe inizio: / La giudico tanto eterna come l’acqua e l’aria”. Assurta a simbolo universale – non è forse lì, “sul diciannovesimo gradino della scala che nella casa di Beatriz Viterbo porta in cantina”, che si può vedere l’Aleph? – Buenos Aires segnerà nell’immaginario di Borges l’alfa e l’omega della sua vita, una sorta di centro – l’unico squarcio di permanenza – al quale l’inquieta mente dell’argentino possa far ritorno. Ti cercavo una volta nei confini Che toccano la sera e la pianura, Nel cancello che serba una frescura Antica di verbene e gelsomini. Eri nella memoria di Palermo, Nella mitologia del suo passato (Mazzo di carte e pugnale) e nel bronzo Aureo dei vani battenti, adornati Tutti con mano e anello. Ti sentivo Nei cortili del Sud, nella crescente Ombra che va sfumando lentamente Il suo disegno, mentre muore il giorno. Ora sei in me. Sei la mia vaga sorte, Sei le cose che estinguerà la morte. (“Buenos Aires”, da L’altro, lo stesso) Con Borges Borges mi sembrò esistere fuori del tempo, o meglio in un tempo costituito dalle esperienze letterarie di Borges, un tempo scandito da epoche diverse: l’Inghilterra vittoriana ed edoardiana, l’Alto Medioevo nordico, la Buenos Aires degli anni Venti e Trenta, l’amata Ginevra, l’espressionismo tedesco, gli odiosi anni di Peron, le estati a Madrid e Maiorca, i mesi trascorsi all’Università di Austin, nel Texas… Questi erano i suoi punti di riferimento, la sua storia e la sua geografia: le intrusioni del presente erano rare. Amava viaggiare, ma non poteva vedere i luoghi che visitava… eppure era singolarmente privo di interesse per il mondo fisico, se non come rappresentazione delle sue letture. La sabbia del Sahara o l’acqua del Nilo, la costa dell’Islanda, le rovine della Grecia e di Roma, cose a cui si accostava con godimento e venerazione, non facevano che confermare il ricordo di una pagina delle Mille e una notte o della Bibbia, della Saga di Njall o di Omero e Virgilio. E tutte queste “conferme” le riportava a casa con sé. … Dalla barocca ricchezza di uno dei suoi primi libri, Evaristo Carriego, alla laconicità di racconti come La morte e la bussola (ambientato in una città celata da uno pseudonimo) e Il morto e alla più tarda, lunga favola Il congresso del mondo, Borges ha costruito una cadenza ritmica e una mitologia che oggi identificano la città di Buenos Aires. Quando Borges cominciò a scrivere, Buenos Aires (così lontana dall’Europa, nella percezione comune il centro della cultura) si sentiva vaga e indistinta, quasi avesse bisogno di un’immaginazione letteraria per imporsi alla realtà. Borges ricordava che quando lo scrittore francese Anatole France, oggi dimenticato, visitò l’Argentina negli anni Venti, Buenos Aires si sentì “un po’ più reale” perché Anatole France sapeva che esisteva. Oggi Buenos Aires si sente più reale perché esiste nelle pagine di Borges. La Buenos Aires che Borges propone ai lettori è radicata nel quartiere di Palermo, dov’era la sua casa paterna; nel mondo appena fuori della cancellata del giardino Borges ambientò racconti e poesie popolati di compadritos, i malavitosi locali, che egli vedeva come guerrieri e poeti dei bassifondi e nelle cui vite violente vedeva pallidi echi dell’Iliade e delle antiche saghe vichinghe. La Buenos Aires di Borges è anche il centro metafisico del mondo: sul diciannovesimo gradino della scala che nella casa di Beatriz Viterbo porta in cantina si può vedere l’Aleph, il punto in cui si concentra l’intero universo; la vecchia Biblioteca Nazionale in calle Mexico è la Biblioteca di Babele; il lucido mobilio e le lugubri specchiere delle antiche dimore del quartiere di Palermo minacciano il lettore che vi si riflette suscitando l’orribile sensazione che un giorno gli rimanderanno un volto non suo; la tigre dello zoo di Buenos Aires è un simbolo bruciante della perfezione che allo scrittore è di necessità sempre preclusa, anche nei sogni. Tratto da:

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