Seguici    
Accedi

Effettua il LOGIN

Hai dimenticato la password?
REGISTRATI ADESSO!

oppure accedi tramite...

 

Appénna ammattìta. Le poesie ritrovate di Caterina Saviane

 Appénna ammattìta. Le poesie ritrovate di Caterina Saviane
scarica il pdf dell'articolo scarica il pdf

"È inutile vincere il referendum sul divorzio quando poi si perde nella vita, è inutile essere favorevoli all’aborto, se in casa non si lavano i piatti. Svegliatevi ingordi pupazzi, invece di vivere sul letame di migliaia di anni di storia… Lavate i piatti coglioni di rivoluzionari. Frilovatevi le palle col frilav…"

Così scriveva Caterina Saviane in Ore Perse,  diario ironico e dolente dei suoi sedici anni, edito nel 1978 nell’importante collana Franchi Narratori di Feltrinelli. Vendutissimo (cinque edizioni in un anno) e tradotto all’estero, il libro, oggi introvabile, ne decretò l'immagine di enfant prodige. Lei era la figlia ribelle di Sergio Saviane, giornalista storico del L'Espresso (fino alla rottura sancita dal libro L’Espresso desnudo) e tra i fondatori de Il Male.

La sua vita letteraria verte subito verso la poesia, che pubblica disordinatamente. Alcune sue composizioni erano uscite nel 1985 sulla rivista Il lettore di provincia e avevano avuto un lettore d’eccezione, Andrea Zanzotto, che in una lettera all’autrice le definiva “un movimento ciclonico incontenibile”. Poi nel 2001, a dieci anni dalla morte, un gruppo di amici raccoglie in un’edizione privata una selezione di suoi versi intitolandola Appénna-Ammattìta, la prima poesia dell’indice stabilito dall’autrice nel dattiloscritto originale. Una raccolta che oggi le Edizioni Nottetempo ripropongono nella neonata collana di poesia diretta da Maria Pace Ottieri e Andrea Amerio.

Sono versi lunghi, i suoi, quasi prose in versi, che scavano, frantumano, ricompongono le parole attinte con assoluta libertà dai gerghi giovanili all’Accademia della Crusca. Il gioco divertito, alla Palazzeschi, incalzante, disperatamente allegro, si fa concitata rincorsa a significati ulteriori fino all’impossibile: "elica spacca / ed abbia sete di me tantalica – ché mai s’acquèti…."

Scrive Luisa Vecchi, a cui si deve l’edizione privata delle poesie: "La sua è una poesia antilirica, razionale, in cui logica e consequenzialità convivono con un forte senso della musicalità e del ritmo. Di qui l’uso ripetuto della lineetta tra parole e sillabe, per scandire suoni e significati. Il metro tradizionale a cui Caterina rende omaggio nelle ottave dei poemetti (la misura lunga è congeniale alla sua tempra di narratrice), nelle stanze delle canzoni sghembe è compresso e dilatato con spavalda irriverenza, le parole sono scavate, torturate, frammentate, si spezzano continuamente in sillabe e si ricompongono, mentre gli accenti battono ritmi incalzanti. Poi si aprono improvvise distensioni (“Oh, kamikaze Farfalle / scappavate fatali /: contro ceco clan clan / clan clan / clan destine”), pause temporanee al concitato, incessante colloquio con la poesia che percorre tutta la raccolta".

La vita di Caterina è subito stravolta dall'eroina. Trascorre gli ultimi, tormentatissimi anni di vita tra la casa del padre, i frequenti ricoveri in cliniche e l’ospitalità degli amici. "Dormivo vestito, di notte andavo per caserme e me la riportavo a casa, fumava 120 sigarette al giorno, e se non erano sigarette era qualcosa di peggio", ricorda Sergio Saviane in un libro-intervista di Stefano Lorenzetto."Il buco finale a Milano, in casa di un’amica". Overdose volontaria o accidentale, nessuno lo saprà mai.

Quasi profeticamente Caterina sceglie di chiudere la raccolta parlando di morte: "Dài, ti prego, tienimi compagnia / stanotte - metti che io muoia - / stanotte - che sia l’ultima notte / la più bella? - che muoia".

Caterina Saviane, nata era nata a Roma nel 1960. Morì a 31 anni nel 1991.

In alto a destra è possibile scaricare un breve estratto

Tags

Condividi questo articolo