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Ascanio Celestini: spettacolo e memoria

 Ascanio Celestini: spettacolo e memoria

Un po’ affabulatore, un po’ cantastorie, un po’ dicitore stralunato della Resistenza, della Fabbrica e delle fiabe di tradizione popolare. Incontriamo Ascanio Celestini all’Ambra Jovinelli, nel tempio dell’avanspettacolo che fu, oggi recuperato a nuova vita intellettuale. In cartellone c’è Radio Clandestina, il suo testo-spettacolo sull’eccidio delle Fosse Ardeatine e sull’occupazione nazista a Roma. Claudia Bonadonna: Ripetizioni, allitterazioni, andamenti circolari. Il tuo modo di raccontare ricorda quello dei cantastorie, ma anche i grandi cicli epici… Celestini: Il fatto è che, se decidi di non fare un lavoro sul testo secondo le modalità del teatro tradizionale - teatro tradizionale… be’, diciamo teatro degli ultimi cento anni -, se decidi di non scrivere un testo e mandarlo a memoria parola per parola, allora devi necessariamente seguire l’altra strada, la strada del lavoro legata all’oralità. Io lavoro sulla ripetizione continua di alcune parole, che richiamano discorsi, e ragionamenti, e altre parole. Perché… perché è così che noi parliamo. Quando raccontiamo quello che abbiamo mangiato a pranzo o dove abbiamo parcheggiato la macchina, tutto sommato questo diciamo: ripetiamo più volte la stessa parola. La ripetiamo perché quella parola detta non ha lo stesso significato immobile di quando la scrivo su carta all’inizio di una preposizione. Se io dico “pane”, se parlo del pane, ripeto quella parola una quantità tale di volte che anche il mio computer, che pure è cretino cretino e sa due regole di sintassi e grammatica, mi avverte che la sto usando troppe volte. E invece no. Quando noi parliamo la parola si fa immagine e le parole le corrono attorno. La riprendono, la riacchiappano, le saltano addosso continuamente. Da qui nasce la ripetizione… Poi, nell’economia di uno spettacolo come Radio Clandestina, che dura un’ora e un quarto, o Fabbrica, che dura anche di più, la ripetizione diventa anche una questione sonora. Diventa quello che nella musica è la dinamica, il rapporto tra costruzione ed esecuzione del testo musicale… Buonadonna: La Resistenza, la Fabbrica… sembri prediligere le cose che non esistono più, coltivare una sorta di… ostinazione della memoria… Celestini:. E’ che bisogna parlare delle cose che non esistono più, anche per capire che non è del tutto vero che non esistono più. E proprio perché io faccio un lavoro sull’oralità e sulla memoria che posso parlare di una storia come quella della Seconda Guerra mondiale o della Fabbrica nel momento in cui si percepisce che, in qualche maniera, questa storia è finita. Il racconto che faccio è un po’ come l’elogio funebre: è l’elogio di una persona che è scomparsa ma per la quale è ancora possibile rimettere insieme tutti i pezzi. Giovanna Marini mi raccontava di una di queste donne di paese che avevano il compito di cantare il morto. Voleva sapere come facesse a cantarne le doti se non l’avesse mai conosciuto o magari l’avesse conosciuto appena. E lei diceva che le bastava arrivare lì e guardarsi intorno: “Vedo che c’ha le scarpe nuove e gli dico: ah, ce l’avevi le scarpe nuove, mo’ le scarpe non ce l’hai più e non ti serve di camminare… Vedo che c’ha i prosciutti attaccati, gli dico: ah, c’avevi sempre fame, te li mangiavi i prosciutti, mo’ i prosciutti non ce l’hai più e i denti non ti servono per masticare”. Ecco, questo è quello che faccio io: cerco di rimettere insieme dei pezzi. Ma fino a quando questi pezzi non si sono frantumati del tutto non è possibile rimetterli insieme. Poi, a lavoro finito, ti rendi conto che certi argomenti non sono affatto così lontani. L’eccidio alle Fosse Ardeatine è roba di cinquant’anni fa, i testimoni di quel periodo sono quasi tutti morti e seppelliti. Eppure vediamo che persino nell’attualità della politica questi argomenti vengono continuamente citati e tirati in mezzo. Tutta la polemica che c’è nel centro-destra oggi… la Mussolini che litiga con Fini e va via… In questi giorni hanno fatto vedere in tv certe interviste in cui chiedevano alle persone per strada se gli ebrei fossero italiani. E quasi tutti esprimevano sconcerto: “Mah, non lo so, sono italiani?” Per qualcuno erano da considerarsi prima ebrei e poi italiani. In molti erano convinti che non lo fossero. Il che è un po’ come chiedersi: i romanisti saranno italiani? e gli juventini? A quanto pare certe cose non sono affatto così scontate... Buonadonna: Dice Sabina Guzzanti che l’ultimo baluardo dell’informazione libera è rimasto il teatro. Se vuoi sapere di Previti devi seguire lo spettacolo di Dario Fo, Paolo Rossi porta in scena la Costituzione, Grillo l’economia, Celestini gli operai… Celestini: Un’affermazione volutamente provocatoria. E’ ovvio che non posso apprendere la Costituzione attraverso il racconto di Paolo Rossi, così come non posso sapere dell’industria italiana e della classe operaia attraverso i miei spettacoli.. Non posso conoscere la Storia, ma posso riconoscere le storie, però. E qui sta la forza del teatro. In questi giorni - sarà perché c’è il Ventisette Gennaio, il giorno della memoria… poi l’Otto Marzo parleremo della donna, il Primo Maggio dei lavoratori, a Ferragosto dei cocomeri… si sa, sono argomenti stagionali e se ne parla, meglio così che niente -, in questi giorni abbiamo visto le fotografie scattate dai piloti della Raf su Auschwitz. Ecco la Storia è un po’ come quelle fotografie: attraverso la Storia io non ne so molto di più, so come andarono le cose vedendole da lontano. Presa così, dall’alto, quella fotografia sembra quasi bella, una bella ripresa da poter mettere in salotto E invece quella fotografia mi impressiona. Ci impressiona perché conosciamo le storie di Auschwitz, perché sappiamo quello che c’era dentro. Perché abbiamo visto le immagini delle persone che vi erano detenute, le loro facce. Perché quelle storie ci consentono di riconoscere quella fotografia. Senza le storie, la Storia è un insieme di numeri, che nel migliore dei casi ci racconta vagamente come andarono i fatti nella casa di Napoleone…

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