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Burhan Sönmez: racconti da una cella

“L’inferno non è il luogo dove soffriamo, è il luogo dove nessuno sente le nostre sofferenze”: con questa citazione dal mistico persiano al-Hallaj si chiude il romanzo dello scrittore turco Burhan Sönmez, Istanbul, Istanbul tradotto da Anna Valerio per Nottetempo. In una cella sotterranea un gruppo di uomini s’intrattiene per dieci giorni raccontando a turno delle storie. Il modello, esplicitamente citato, è il Decameron; solo, nota il Dottore, i giovani del Boccaccio sfuggivano alla morte, mentre loro gli stanno andando incontro. I racconti infatti sono interrotti dai carcerieri che vengono a prendere uno o più detenuti per torturarli e poi ributtarli dentro ridotti a masse di carne sanguinolenta. Uno studente, un medico che ha preso il posto del figlio in una missione pericolosa, un barbiere-poeta, un vecchio, a cui si aggiunge un trentenne: i protagonisti alternano brevi narrazioni, per lo più umoristiche, con la descrizione delle circostanze della loro cattura e i ricordi della loro vita e dei loro amori a Istanbul. Ad emergere è soprattutto l’attaccamento di Burhan Sönmez per la città, evocata nella sua mutevolezza, inafferrabilità, bellezza tradita. 

Burhan Sönmez è nato ad Ankara nel 1965. Avvocato specializzato in diritti umani, vive tra Cambridge e Istanbul e insegna Letteratura all’Università ODTU di Ankara. Ferito durante uno scontro con la polizia turca nel 1996, è stato curato in Gran Bretagna col sostegno della Fondazione “Freedom for Torture”. I suoi romanzi sono tradotti in piú di venti paesi. In Italia è uscito nel 2014 Gli innocenti, per il quale ha ricevuto il Premio Sedat Simavi.

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