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Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana

Un museo che non c’è è al centro del saggio di Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, pubblicato da Mondadori. Antonelli questo museo lo crea sulla carta: lo immagina su tre piani (italiano antico, dalle origini a metà del Settecento; italiano moderno da Metà del Settecento alla II guerra mondiale; italiano contemporaneo dalla Costituzione a oggi), e sceglie sessanta oggetti rappresentativi degli snodi fondamentali dal punto di vista della lingua che si parla e si scrive nel nostro paese (dalla pala dell’infarinato che simboleggia l’Accademia della Crusca al quadro di Boldini, Lavandaie per raccontare la risciacquatura dei panni in Arno da parte di Manzoni, al mobile radio degli esordi di questo mezzo, tanto per fare qualche esempio). Un viaggio attraverso la lingua letteraria ma anche la lingua comune, da quella dei mercanti, dei predicatori dei pellegrini a quella delle lettere, dei messaggi, dei fumetti, della pubblicità e dei social network. Si parte da un motorino che si chiamava Sì per arrivare a un motorino che si chiamava Ciao: due parole della lingua italiana famose in tutto il mondo.

Giuseppe Antonelli è professore ordinario di Storia della lingua italiana, collabora all’inserto La Lettura del Corriere della Sera e racconta storie di parole su Rai Tre. Tra i suoi ultimi libri: Comunque anche Leopardi diceva le parolacce. L’italiano come non ve l’hanno mai raccontato (Mondadori, 2014), La lingua in cui viviamo. Guida all’italiano scritto, parlato, digitato (Rizzoli, 2017), Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica (Laterza, 2017).

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