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Hamadi e la felicità araba

I libri possono nascere anche da un senso di collera e di impotenza. E possono poi rivelarsi preziosi strumenti culturali: è il caso delle pagine vergate dallo scrittore e attivista Shady Hamadi, classe 1988, autore di “La felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana(Add 2013).

Io nasco da una famiglia mista: mio papà è siriano, esiliato politico più volte rinchiuso in carcere in Siria, e mia madre è italiana. Nella nostra famiglia abbiamo sempre vissuto in una completa armonia religiosa: la questione della felicità araba significa prima di tutto esorcizzare il dolore, il dolore di mio padre che si è trasmesso anche a me”, racconta Hamadi.

A Ferrara, nell’ambito del Festival di Internazionale 2013, Rai Letteratura ha incontrato Shady Hamadi per parlare con lui della Siria e del suo destino, ma anche di un punto centrale del suo pensiero e della sua scrittura: l’ereditarietà del dolore, perché – come dichiara lo stesso scrittore allontandosi dall’album familiare e abbracciando la più ampia riflessione sulla questione siriana - “il dolore ci deve appartenere anche se non è nostro”.

“La felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana” è un libro scritto in italiano per un pubblico italiano, come ama sottolineare con forza Hamadi nel nome del dialogo tra i paesi del Mediterraneo.

 

Shady Hamadi è nato a Milano nel 1988 da madre italiana e padre siriano. Fino al 1997 gli è stato vietato di entrare in Siria in seguito all’esilio del padre Mohamed, membro del Movimento nazionalista arabo. Con lo scoppio della rivolta siriana contro il regime di Bashar al-Assad nel marzo 2011, Hamadi diventa un attivista per i diritti umani e un importante punto di riferimento per la causa siriana in Italia. Collabora con Il Fatto Quotidiano dove tiene un blog.

 

 

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