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Il Fondamentalista riluttante

La parola fondamentalismo domina le prime pagine dei giornali; di questo fenomeno si parla molto anche senza conoscerlo a fondo. In Italia sta per uscire il film della regista indiana Mira Nair, Il fondamentalista riluttante. Il film è tratto dal romanzo omonimo di Mohsin Hamid, pubblicato in italiano nel 2007 nella traduzione di Norman Gobetti. Abbiamo chiesto ad Anna Nadotti, esperta di letterature del subcontinente indiano, di illustrarci le questioni sollevate dal libro. Il protagonista, Changez è un giovane pakistano, che ha studiato a Princeton ed è stato reclutato da una prestigiosa società di consulenza a New York. Fino al crollo delle Torri Gemelle, Changez vive immerso nel sogno americano, ma l’attentato e il clima avvelenato che ne consegue, scatenano in lui un moto di nostalgia verso il proprio paese, identificato dagli statunitensi come il nemico tout court. Mohsin Hamid racconta la crisi di Changez che investe anche il piano sentimentale: la sua storia d’amore con Erica, una coetanea traumatizzata dalla perdita del fidanzato si arena di fronte all’impossibilità di lei di riaprirsi alla vita. Il romanzo è strutturato nella forma di un monologo teatrale: di fronte al racconto di se’ di Changez, tornato nella nativa Lahore, c’è un ascoltatore silente di cui si conosce solo la provenienza dagli Stati Uniti e si teme una reazione improvvisa. Anna Nadotti sottolinea la profondità del romanzo, che s’interroga sui concetti di Occidente, democrazia, terrorismo. Il film di Mira Nair, pur ben confezionato, a suo parere perde di vista la complessita’ del romanzo, puntando sull’azione, sulla bellezza del protagonista e sulla suggestione delle musiche.

Mohsin Hamid è nato a Lahore in Pakistan nel 1971. E’ cresciuto in Pakistan e in seguito ha frequentato la Princeton University e la Harvard Law School: Ha lavorato per diversi anni come consulente aziendale a New York. Il suo primo romanzo, Nero Pakistan, tradotto in Italia da Piemme, ha vinto il Betty Trask Award, ed è stato un Notable Book of the Year per il «New York Times». Suoi articoli e saggi sono apparsi su «Time», «The New York Times» e «The Guardian»

Anna Nadotti è critica letteraria, traduttrice e consulente editoriale per la letteratura inglese e indiana in lingua inglese. Ha, tra l’altro, tradotto e curato per Einaudi: di Amitav Ghosh,Le linee d’ombra; Lo schiavo del manoscritto; Cromosoma Calcutta; Estremi Orienti;Il palazzo degli specchi; di Anita Desai, La chiara luce del giorno; Digiunare, divorare; Il villaggio sul mare, nonché la riedizione di In custodia e Notte e nebbia a Bombay. Sempre per Einaudi, ha tradotto e curato (a quattro mani con Fausto Galuzzi) l’opera di Antonia S. Byatt: Possessione; Angeli e insetti; Il genio nell’occhio d’usignolo; Storie di Matisse; La vergine nel giardino; La torre di Babele; Zucchero ghiaccio vetro filato; e Il fiato dei draghi (per il Melangolo). Per Instar Libri, ha tradotto, di Vikram Chandra, Terra rossa e pioggia scrosciante.

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