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Il libro delle illusioni di Paul Auster

 Il libro delle illusioni di Paul Auster

di Francesca di Mattia “Solo dalla distruzione può nascere una nuova vita”, pensai sconvolta quel grigio pomeriggio di aprile – una pioggia fina e secca –, tra le rovine di un’antica abbazia francese, tre anni e mezzo fa. E questa frase rimbomba nella testa come una litania mentre percorro il romanzo Il libro delle illusioni, ultima fatica del grande scrittore americano. Una litania che scandisce le pagine, e i fatti dentro le pagine, e le menzogne nei fatti dentro le pagine. Tu, David Zimmer, il protagonista – ma lo sei davvero? – mi appari caleidoscopico e imprevisto: giochi di scarto, mi scuoti, ma forse proprio per questo decido di seguirti fin dall’inizio, quando racconti della tua vita serena nel Vermont, del tuo insegnamento all’università, e di come all’improvviso un incidente aereo, che ha provocato la morte di tua moglie e dei tuoi due bambini, abbia dissolto tutto, tutto, in un pensiero aereo, per l’appunto, che non trova più alcuna ragione di esistere se non in pagine dense ma asettiche, quasi asfittiche nel loro voler rinchiudersi in casa a non far niente, e poi a tradurre le Mémoires d'outre-tombe di Chateaubriand, immergendosi nel mondo dei morti, il regno di Persefone . Poi un giorno, davanti alla televisione, ti accorgi che stai ridendo, e la risata è un sobbalzo, una beffa coi baffi, quelli del regista e attore di cinema muto Hector Mann. Ti appassioni a lui, senza dargli troppa importanza, come se i suoi film fossero solo un pretesto per distrarti dall’apatia. Da sessant’anni il comico, detto “la Simpatica Canaglia dal sangre caliente” è sparito dalla faccia della terra, ma comincia ad abitare te, caro David, e non riesci più a liberartene, mentre cerchi documenti nelle biblioteche e studi come un entomologo i suoi film. Torna con te il meta-genere della biografia d’invenzione, in cui il tuo autore si destreggia abilmente, al limite dell’esercizio di stile . Ecco, ecco ancora quella frase iniziale che echeggia come in un rito di passaggio, “Solo dalla distruzione può nascere una nuova vita”: il tuo libro su Hector Mann viene pubblicato. Hai creato e sei stato ri-creato dall’oggetto delle tue ricerche, ma ora sei chiamato a qualcosa di più grande: ti arriva un biglietto firmato dalla moglie di Hector, in cui è scritto che l’attore è ancora vivo, ti ha letto – anche lui è rinato attraverso di te – e vuole vederti. Tu esiti, fai finta di niente, ma poi Alma, un’amica della famiglia Mann che da sette anni sta scrivendo una biografia segreta del tuo beniamino, viene a prenderti con una pistola e ti costringe a seguirla. O così o niente: è il prezzo della tua creazione, David, non puoi fare altro che lasciare la tua casa, partire con lei, e ritrovare nel suo odore e nella sua guancia imperfetta una nostalgia amorosa mai conosciuta. Il viaggio è un insieme di viaggi, i viaggi sono le parole di Alma sulla vera vita di Hector, quella che tu, David, non conosci e ascolti curioso: la scomparsa dovuta ad un omicidio involontario, l’espiazione attraverso lavori umilianti, il matrimonio, la morte di un figlio. Straordinarie avventure che portano il Rubacuori sudamericano alla decisione di ritirarsi, sparire, distruggersi davanti al mondo per realizzare film solo per sé stesso, facendosi giurare dalla moglie che le nuove pellicole andranno in fiamme subito dopo la sua morte. E tu, David, ancora incredulo, arrivi a destinazione, in un deserto ranch messicano, la Terra del Sueño, scenario di tramonti accecanti, grottesco non-luogo uscito dagli incubi del miglior Bergman. Fai appena in tempo a vederlo, questo animale morente che ti ha fatto cercare. Fai in tempo a riconoscere tra i suoi scaffali le Mémoires d'outre-tombe di Chateaubriand. E come una scintilla smozzicata appare il punto di contatto. Ma sono solo poche parole, la moglie di lui ti chiama e voi vi date appuntamento al giorno dopo. Hector quella stessa notte muore, la stessa notte in cui hai rifatto l’amore dopo anni, le stesse poche ore che bastano per decidere di portare Alma via con te e ricominciare una nuova vita. Ma il giorno dopo siete costretti a fare una corsa contro il tempo, prima che Frieda, la moglie, bruci i suoi film. Se Hector è morto, tu, David, devi tenerlo in vita ancora un po’. E fai tenerezza quando prendi appunti disperati al buio mentre guardi un suo film segreto, Vita interiore di Martin Frost, la storia di uno scrittore che brucia il suo manoscritto per ridare vita alla donna amata. Qui i personaggi non parlano, e si ascolta solo una voce fuori campo, quella che, come dici tu, viene inserita in un film quando la scena è debole. Ma qui è diverso, l’estetica è diversa: l’opera è bellissima, seppure fatta in casa, seppure destinata solo al regista, a sé stesso. Un mistero rivelato. Un momento prima che il resto venga distrutto. E prima che Alma, l’Alma bruciante di tramonto che appare sulla porta… no, non ti ripeterò cosa le è successo, né cosa ne è stato del suo lunghissimo libro sui segreti di Hector, un’ennesima biografia dall’oltretomba. Potresti forse, intercettandomi ora, avere un’illuminazione e cambiare il finale. Mi confondi, David. Ragioni lentamente, troppo lentamente sulle cose, e poi trovi le risposte alla svelta, troppo alla svelta. Il tuo thriller personale, quasi più mentale che vissuto, lo costruisci con supposizioni, rimandi, indietreggiamenti, colpi di scena a volte inopportuni, parole cancellate e resuscitate, esseri viventi amati e poi ammazzati. Intrecci mai banali, in ogni caso, in cui la fiamma resta alta per tutto il tempo, al di là della tua stessa, eccessiva complessità: chi ha creato cosa, e chi veramente ha distrutto? E questa distruzione è davvero tale, o tra le rovine si aggira un barlume di vita? L’arte può dare la vita e distruggerla? Per l’ultima volta, all’ultima pagina, sento risuonare la solita frase: “Solo dalla distruzione può nascere una nuova vita”. Poi resto immobile, stupita. Una frase di Chateaubriand si sovrappone alla mia: “I momenti di crisi raddoppiano la vitalità degli uomini”. Forse la mia sorpresa è tutta lì, in quel dialogo mancato dell’indomani tra te, David, e Hector, nella domanda ossessiva su cosa vi sareste detti. Righe non scritte. La voce fuoricampo che hai lasciato nascosta, come il particolare essenziale assente da una fotografia. L’ultima illusione. Quel tuo spirito di osservazione straniato che resta sospeso tra chi ti ha scritto e la sua opera. Una terra di nessuno dove ci si crea e distrugge a vicenda, all’infinito. Vorrei che tu le scrivessi, quelle righe. Ma prima, forse, dovresti distruggere il tuo autore, che in te ripercorre, in modo sapiente, grottesco, parodiato e talvolta feroce, i temi a lui più cari: la forza del destino o del caso, la cognizione del dolore, la morte. E, credimi, sarebbe una perdita troppo grande da sopportare, adesso.

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