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Il partigiano Johnny al cinema

 Il partigiano Johnny al cinema

A colloquio con Guido Chiesa, già giornalista, critico musicale, autore, documentarista e infine regista. Nel 2000 la riduzione cinematografica de Il partigiano Johnny lo imponeva all’attenzione generale con una pellicola che, pur ponendo confini certi contro l’accreditata moda del revisionismo e anzi dichiarando di farsi “lezione morale sulla necessità di prendere una posizione”, conservava dello scrittore di Alba lo stile secco, scabro e antiretorico. Seconda guerra mondiale, dunque. Dopo l’8 settembre, Il giovane studente di letteratura inglese Johnny (Stefano Dionisi, bello e credibile nel serio volto scavato dall’angoscia e dal dubbio) decide di abbandonare la natia Alba per partecipare attivamente alla lotta di liberazione nazionale. Si unisce ad una brigata di partigiani comunisti guidati dal commissario Nemega (Giuseppe Cederna), ma la sua condizione di intellettuale anglofilo privo di un’etichetta politica ben definita gli impedisce di entrare in vera sintonia con i loro slanci di passione ideologica e terrena disorganizzazione. Né va meglio con i badogliani del comandante Nord (Claudio Amendola), troppo presi da strategie formali e da tattiche che non Johnny non riesce a condividere. Solo e isolato nel devastato abbraccio delle colline piemontesi, riuscirà a trovare le giuste motivazioni per prendere parte ad un ultimo e disperato attacco contro una formazione fascista che si risolverà nell’ennesimo bagno di sangue. Claudia Bonadonna: Prima c'è stato il documentario 25 Aprile, la memoria inquieta, poi il film concerto Materiale Resistente insieme a Davide Ferrario, infine Il Partigiano Johnny. Da dove nasce quest'interesse, diamo pure quest'amore per la Resistenza? R. La resistenza, per il nostro paese, è un unicum: è una guerra civile; è l'unica volta nella storia repubblicana che una massa di individui, benché minoranza, ha scelto di combattere di sua spontanea iniziativa e non perché un re o un papa o lo stato gliel'hanno ordinato; è una lente d'ingrandimento straordinaria su tutti i grandi conflitti che hanno segnato il nostro paese, dalla questione nord/sud al rapporto tra borghesia e stato, per non parlare del conflitto tra individuo e collettività; è uno spartiacque etico e umano; è un concentrato di storie, emozioni, metafore, come raramente ce ne sono di eguali. D. E perché proprio Fenoglio? Puoi spiegare tuo rapporto con l'autore e la tua interpretazione da lettore e da regista? R. Se la resistenza non ci fosse stata, Fenoglio l’avrebbe inventata. La guerra civile, come sarebbe giusto chiamarla, è per lo scrittore di Alba una miniera di metafore conflittuali che attraversano la società, le famiglie, i sessi, gli individui stessi. Per questo mi ha affascinato e per questo l'ho utilizzato come "guida" nella rilettura di quel periodo storico. Ma anche perché con Fenoglio la guerra civile smette di essere semplicemente storia e diventa metafora di una condizione umana, anzi la condizione umana per eccellenza. Il conflitto eterno dell'uomo con se stesso, con gli altri, con la natura. Con Il partigiano Johnny non ho cercato di portare sullo schermo la pagina di Fenoglio, tanto meno quello che Fenoglio "pensava". Posso dire, senza false modestie, che ho "usato" il libro, incompiuto e incompleto, dello scrittore albese per un mio discorso, tangenziale a quello di Fenoglio, ma non per questo identico. In altre parole, ho trovato molto me stesso nella pagine del Partigiano Johnny, non viceversa. D. Hai curato anche la sceneggiatura. Com'è stato confrontarsi con un testo così complesso, ellittico... incompiuto? R. La sceneggiatura è stata scritta da Antonio Leotti e da me. E' stata una doppia sfida: per la lunghezza del romanzo e per il suo protagonista. Nel primo caso ci siamo accorti che la struttura seriale degli eventi, decisamente derivata dall'epica classica, ci obbligava a mantenere inalterato lo scheletro narrativo, ma ci permetteva grande libertà rispetto alla lunghezza. In altre parole, ci è sembrato impossibile alterare la struttura del romanzo (Johnny obbligato ad affrontare una innumerevole serie di "prove"), se non stravolgendo l'essenza stessa, l'epicità del personaggio, mentre non abbiamo avuto problemi a tagliare il numero delle prove, spesso ripetitive, a cui Johnny doveva sottoporsi. Proprio la natura del protagonista, privo di una psicologia nel senso del romanzo moderno, "sguardo" che attraversa la guerra civile e a sua volta è attraversato da essa, è stato lo scoglio principale su cui ci siamo dibattuti. La nostra scelta di mantenere sostanzialmente inalterato questo tipo di personaggio non è stata dettata da un desiderio di "fedeltà" al romanzo, bensì dall'idea di un cinema che sappia significare anche con gli sguardi, il non-detto, la cruda semplicità dei propri eventi. Sulla lingua del romanzo, infine, c'è stato poco da fare: nella sua magmatica incompiutezza è intraducibile e intrascrivibile. E poi è ovvio: il romanzo è sicuramente migliore del film, ma a noi interessava soprattutto che il film fosse "altro" dal romanzo. D. Hai detto che il tuo era anche un film sulla necessità morale di prendere una posizione e una metafora sulla condizione dell'intellettuale moderno. R. Penso che il cinema abbia solo due tempi: il presente di chi lo realizza e dello spettatore che lo vede; il futuro degli ipotetici spettatori che lo leggeranno a partire da un nuovo contesto. Quindi credo che ogni film, in qualunque epoca sia ambientato, parli sempre del presente in cui è stato girato e visto. Nell'epoca pre-Seattle (il film è stato girato nel '99) sentivo molto l'esigenza di raccontare la storia (inattuale) di un ragazzo con ambizioni letterarie che decide di agire, di combattere in nome di un principio etico. A film finito, rivedendolo, mi sono accorto però che il vero tema del film era probabilmente un altro: l'eterno conflitto tra razionale e irrazionale, con Johnny che fino al tragico finale si fa guidare sempre dai lumi della ragione in un mondo che sembra averla abbandonata. E questo mi pare, soprattutto dopo Seattle, un tema quanto mai attuale. D. Johnny eroe italiano. O meglio, secondo alcuni, primo vero eroe del romanzo italiano moderno. Sei d'accordo? R. Sì e no. Certo Johnny è un eroe, ma non credo, per le ragioni espresse prima, del romanzo italiano moderno. I personaggi di Nievo, di Pirandello, di Gadda: quelli sono gli eroi dell'Italia moderna, i veri italiani, quando semmai Johnny è un anti-italiano, eticamente ed esteticamente. Fenoglio scrive, in tutto e per tutto, da un altro universo, contemporaneo a quello della modernità, eppure ad esso divergente, senza per questo essere "dal passato". Questo ne fa la sua unicità. D. Quando gli portano avvolto in un lenzuolo il cadavere di un compagno, Johnny "ci vide un sigillo di eternità, come fosse un greco ucciso dai Persiani due millenni avanti". Fenoglio racconta una Resistenza non retorica (in senso ideologico o partitico) ma quasi sacrale, la resistenza dell'esistenza umana nella sua totalità. Per te com'è stato portare in scena questo tratto? R. Nel film è quasi abbandonato ogni riferimento alla scena storica, alle polemiche ideologiche contingenti, che pure affiorano nel romanzo. Le morti, a differenza di gran parte del cinema odierno, sono sempre state filmate come dei riti, come se ogni morte fosse "La Morte". Tutto il film scorre attraverso gli occhi di Johnny, che a sua volta è "guardato" da noi… D. Nel testo di Fenoglio il paesaggio - le Langhe - assume un rilievo molto più che descrittivo. E così è nel tuo film. Qual è per te, piemontese come l’autore, il rapporto col territorio? R. Le Langhe rappresentano tutto ciò che di materno e ancestrale c'è nella Natura: il bosco che ti accoglie, ma anche che ti ingabbia; la neve che cadendo aiuta a far scomparire le tue tracce, ma anche che ti porta il freddo… Non so quanto questo sia piemontese: è l'oceano di Moby Dick, il Mediterraneo di Ulisse, la steppa di Guerra e pace

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