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La moglie di don Giovanni

 La moglie di don Giovanni

di Maria Agostinelli L’escamotage narrativo è quello di una lunga lettera: una lettera scritta in più giorni dove un’anziana domestica, Cleménce, rivela a una giovane madre i segreti della sua famiglia. La ragazza si chiama Monique. Era figlia di una donna dell’alta società parigina – ricca, sgraziata, di un’intelligenza irrequieta ma docile – e di un uomo bellissimo, una sorta di nobile decaduto senza un soldo che faceva del fascino la sua sola ricchezza. Lui si chiamava Henry, ma la sua creatrice – Irène Némirovsky – gli dà il nome che più di ogni altro lo può connotare: don Giovanni. Nome che evoca notti alla ricerca di una qualsiasi gonnella, di amori saltellanti e fugaci, di sfida con l’assoluto e con la morte per obbedire alla propria irrinunciabile natura di libertino. “Lui”, don Giovanni, lo conosciamo bene. Ma di “lei”, del suo complemento femminile, non ha mai scritto nessuno. Ci ha pensato questa autrice franco-ucraina, da pochi anni salita alla ribalta delle classifiche italiane con lo strabiliante Suite francese. Irène Nemirovski – morta ad Auschwitz nel ’42 – aveva perfezionato il suo meraviglioso francese letterario in pochissimi anni, da quando, travestita da contadina, era scappata da Kiev per arrivare a Parigi. Molti racconti pubblicati qua e là, un romanzo d’esordio (David Golder) che stupì il suo editore per la capacità di penetrazione psicologica. La Nemirovsky apparteneva al mondo dell’alta borghesia ebraica, lo vezzeggiava e lo detestava. Soprattutto detestava la madre, figura di donna arrivista e fredda che più di una volta percorrerà i suoi scritti. Molte delle opere della Nemirovsky (la maggior parte delle quali ancora non sono state tradotte) parlano al femminile, e riproducono un’immagine ora benigna e ora maligna – ma sempre complessa – di quella donna che era la stessa autrice e del suo incompiuto tentativo di dialogo con la madre. Ed ecco il nostro racconto, La moglie di don Giovanni. Nessuna ambientazione sei-settecentesca: siamo nei primi decenni del Novecento. Clemènce racconta di quando era giovane e lavorava come camerista presso la madre della piccola Monique, quella signora che tutti compiangevano per i ripetuti tradimenti del marito e tutte invidiavano per la fede nuziale che la legava allo stesso, entusiasmante marito. Lei si comportava come una moglie irreprensibile e come una madre attenta, anche se non particolarmente disposta ad elargire ai figli quel calore che le negava il consorte. La Némirovsky l’ha tratteggiata con poche pennellate incisive: una donna immobilizzata tra la consapevolezza del suo poco fascino e l’orgoglio cui la obbligava la sua casta. Silenziosa, quasi invisibile, sempre all’altezza del proprio compito. Ma qualcosa la scosse dal torpore: una relazione di Henry più seria del solito, il pericolo di abbandono del tetto coniugale. Tutti sapevano che l’uomo era quasi disposto a lasciare moglie, figli e patrimonio per rischiare una nuova vita con una giovane baronessa. Tutti erano talmente accecati dal suo fascino prorompente da non accorgersi mai di quello che covava la moglie. Se la psicologia di questa donna si rivela pian piano nella sua complessità e nei suoi abissi, quella del marito – pur con la sua allegria, la sua generosità, la sua bellezza – rimane piatta: un bel soprammobile. La Némirovsky, attraverso al voce e i ricordi di Clemènce, gioca a ribaltare le parti, allo smascheramento della rispettabilità borghese e dei suoi valori, a destare interesse proprio lì dove la società vede grigiore: in questa donna remissiva e brutta. Il destino è in agguato: una donna di tal fatta era disposta ad accettare di tutto, tranne che si ridesse di lei. Ed è proprio quello che farà il marito durante una gita in macchina, con esiti fatali che non sveleremo. Chissà se la signorina Monique si ricorda di quel periodo e dei suoi drammatici fatti? Probabilmente sì, ma di sicuro non conosce i suoi retroscena, quello che successe veramente. Cleménce non ha finito di raccontare: i segreti sono ancora molti in questo melodramma dello smascheramento, e vale veramente la pena di leggere il racconto per scoprirli. La lunga lettera è l’eredità di Clemènce, il lascito finale di una donna che sta morendo di cancro a un’altra donna che ha da poco scoperto la maternità. L’unica eredità possibile, potremmo dire: quella della verità. Una verità svelata attraverso il filo del femminino, quel filo che consente di condensare qualsiasi distanza spaziale e temporale per mettere tutto a nudo. Senza ipocrisie, senza teorie. Un piccolo gioiello. La moglie di don Giovanni sfrutta una storia classica e si articola sul noto triangolo lui-lei-l’altra per scardinarli dall’interno e cambiarli completamente di segno. Tratteggia tutta una classe sociale e i suoi protagonisti con una straordinaria capacità di sintesi. S’impadronisce delle letterature francese e russa per costruire un racconto che gioca mirabilmente con i piani temporali e con le generazioni. E, infine, emoziona in poche pagine.

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