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Margo Jefferson, Negroland

Una vita a Negroland: questo in sintesi il racconto di Margo Jefferson raccolto nel volume Negroland, tradotto da Sara Antonelli per 66thanD2nd  Ma cos’è Negroland? L’autrice lo chiarisce sin dalle prime righe: “è il nome che ho assegnato a una piccola regione dell’America Negra i cui abitanti erano protetti da un certo grado di benessere e privilegi. Ai bambini di Negroland insegnavano che solo pochi Negri godevano di benessere e privilegi, e che la maggior parte dei bianchi sarebbe stata felice di vederci tornare tutti all’indigenza, all’ubbidienza e alla sottomissione.” Il nucleo centrale di questo libro ispirato da lucida rabbia è la propria educazione: dal padre pediatra e dalla madre, ex assistente sociale che ha lasciato il lavoro per dedicarsi alle sue due bambine, Margo riceve due precetti imprescindibili: mai mettersi in mostra e farsi sempre benvolere. Cresciuta nella Chicago dei ricchi, la ragazza subisce le domande dei suoi compagni di classe (conosci il nostro portiere?) e le occhiatacce dei dipendenti negri che preferiscono lavorare per i bianchi. Le gradazioni di colore della pelle, i lineamenti del viso sono cose con cui ogni abitante di Negroland deve fare i conti (molti di loro passano per bianchi, perché ricorda Jefferson , tra gli antenati ci sono “schiavi e proprietari di schiavi della Virginia, del Kentucky e del Mississipi”); i capelli crespi richiedono costanti e faticosi trattamenti; vanno evitati i colori vistosi; sono precluse attività come la danza classica (nei balletti non ci sono ruoli per le ragazze negre). A un certo punto in questo originale memoir spunta il libro Piccole donne: Margo ama Jo, ma si identifica con Beth perché il suo imperativo è farsi amare da tutti e chi meglio della sfortunata pianista in erba raggiunge questo scopo? E una nota amara conclude il volume: “Non hai figli e non li hai mai desiderati. Le lunghe passioni romantiche non sono roba per te. La spiegazione che ti dai (non menzognera eppure insufficiente) è che ti sei lasciata influenzare da così tante convenzioni, aspettative ed esigenze (delle istituzioni , della gente) da una tale paura di essere disapprovata che la disciplina della solitudine – di una severa solitudine – è stata un’esigenza che alla fine ti ha regalato la sensazione di avere un io indipendente.”

 

Margo Jefferson, vincitrice del Premio Pulitzer per la critica, è stata per anni critica letteraria e d’arte per Newsweek e New York Times. Suoi articoli sono stati pubblicati anche su Vogue, New York Magazine, The Nation e Guernica. Insegna scrittura alla Columbia University. Autrice di una biografia su Michael Jackson, con Negroland ha vinto il National Book Critics Circle Award.

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