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Pasolini: sul dialetto

 <b>Pasolini</b>: sul dialetto

 “Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”. Così scriveva Pier Paolo Pasolini in Dialetto e poesia popolare, testo critico del 1951 dedicato alla differenza esistente tra poesia dialettale e poesia popolare. Ma sull’argomento lo scrittore tornerà più e più volte, tra il 1944 e il 1958. Il suo rapporto con la lingua sarà sempre e prima di tutto emotivo: col friulano delle poesie giovanili, ma anche col romanesco di Ragazzi di vita, Una vita violenta e Accattone; col napoletano del Decameròn o l’abbruzzese del Vangelo secondo Matteo. Pasolini vedeva nel dialetto l’ultima sopravvivenza di ciò che ancora è puro e incontaminato. Come tale doveva essere “protetto”, per questo – nel 1943 – aprirà una scuola per l’insegnamento del friulano accanto all’italiano. L’esperimento verrà bloccato sul nascere dal provveditorato di Udine, ma Pasolini lo riproporrà due anni più tardi con la fondazione dell’Academiuta di lenga furlana, una sorta di laboratorio linguistico attraverso il quale cercherà di rendere onore al friulano occidentale, fino ad allora realtà linguistica soltanto orale, rintracciandone le radici storiche trecentesche e nella tradizione romanza. Partendo da Dialet, lenga e stil del 1944, in cui si adopera nell’analizzare il rapporto tra la lingua nazionale e il dialetto locale – risalendo addirittura ai tempi in cui il latino era lingua ufficiale e l’italiano soltanto un dialetto – sono molti i testi in cui l’autore ripercorrerà le origini storiche, geografiche e culturali della tradizione orale. Ne citiamo soltanto tre, scelti unicamente per l’ampiezza delle considerazioni in essi contenuti: Sulla poesia dialettale del 1947, Pamphlet dialettale apparso tra il 1952 e il 1953, Passione e ideologia composto tra il 1948 e il 1958. Il primo è un’accurata analisi dei grandi dialettali dell’Ottocento, corredata da una fine osservazione delle influenze romantiche sulla scelta del dialetto come mezzo espressivo più “autentico”: “La verginità del dialetto, con quanto di equivoco può in essa sussistere, correda subito di una ragione poetica … gli oggetti che semplicemente vengono <>. Riprendendo un’idea di Coleridge, si potrebbe dire che la poesia dialettale è un paesaggio notturno colpito a un tratto dalla luce. Per quanto mediocre essa sia … pone sempre di fronte a un fatto compiuto, con tutta la fisicità di una nuvola o di un geranio”. Senza contare l’annotazione sull’importanza dell’intraducibilità della poesia dialettale – “l’intraducibilità è sempre stata la passione dei dialettali” – dove con “intraducibilità” s’intende sia la mancanza di corrispettivo italiano, sia il valore onomatopeico del suono originario. Alle Suggestioni onomasiologiche nel Casarsese, ad esempio, Pasolini aveva dedicato un breve scritto nel 1945, nel quale sottolineava appunto come il suono fosse l’unico vero e indispensabile discrimine linguistico tra dialetti affini. Ma come rendere il suono nello scritto? Il Pamphlet dialettale opera invece una sovrapposizione tra la poetica romantica e la poetica veristica, esaminandone il diverso uso del dialetto: già ne I dialettali (1952) aveva sottoposto all’attenzione della critica la differenza tra l’idioma dialettale strumento del verismo, incentrato sulla realtà esterna, e la scrittura dialettale romantica, voce dell’intimo e dell’anima. Passione e ideologia è forse, nei suoi dieci anni di stesura, l’opera più completa. Dall’analisi storico-geografica e dalla distinzione tra generi – poesia dialettale, poesia popolare, poesia folclorica e canti militari – si passa alla critica dei singoli autori di opere in dialetto: Pascoli, Montale e Gadda, per citarne alcuni. Costante sarà l’attenzione per la narrativa dialettale contemporanea: Sguardo ai dialettali (1947), Il friulano di Carletti (1947), Un dialettale senza dialetto (1948) dedicato al romano Mario Dell’Arco, Presentazione di alcuni poeti dialettali (1954), Ognun che se esprime se perde (1954) epigrafe per Giacomo Noventa, La poesia di Albino Pierro (1971). Ciò che sembra interessare maggiormente lo scrittore friulano è l’immediatezza del linguaggio, in tutte le sue forme. E cosa c’è di più immediato e “regressivo” del dialetto? Non sorpende dunque che il romanesco e la tradizione linguistica del Belli siano tra i suoi argomenti preferiti. Il Belli creatore di una lingua nuova e l’uso creativo del gergo nel dialetto romano: “Ciò che un romano soprattutto ammira in una persona è la capacità di parlare, l’inventiva linguistica, o almeno un uso vivido delle istituzioni gergali”. Dove per gergo s’intende la lingua dei “dritti”, degli scaltri (ladri o artigiani che siano), dal valore palesemente esibizionistico, che contraddistinguerà tanti dei personaggi pasoliniani. C’è poi l’aspetto puramente sociale: “La poesia in dialetto è fenomeno della piccola borghesia”, scrive Pasolini, alludendo con ciò al dialetto quale specchio dei tempi, della società, dei suoi bisogni più intimi e d’evasione. Sebbene la gran parte delle attenzioni dello scrittore friulano siano state spese per la poesia dialettale – somma e pura espressione dell’intimo – in uno scritto del 1956, in occasione del Premio Viareggio conferito a Giacomo Noventa, Pasolini si dilungherà nello spiegare le ragioni di questa sua predilezione: “La differenza esterna tra l’uso del dialetto nella poesia e l’uso del dialetto nella narrativa è che nel primo caso è totale, nel secondo variamente parziale, frammentario”. E nel far ciò, ci regalerà una delle più folgoranti annotazioni sulla prosa dialettale: “Nella letteratura, il dialetto può entrare – a incastro, a inserzione, a reagente – con due diverse funzioni: una che potremmo chiamare soggettiva, e un’altra oggettiva. Del primo caso abbiamo un esempio così tipico e clamoroso, che basta da solo a colmare un piatto della bilancia. È il caso di Carlo Emilio Gadda … nella mimetizzazione del suo monologo interiore: chi monologa è Gadda. … Gadda s’impossessa con una vorace zampata di un brandello di anima dialettale-realistica e la schiaffa sanguinolenta e piccante nel mosaico. L’altro caso, quello a funzione oggettiva … comprende la produzione neorealistica, ed è di origine e forma interna verghiana … Da ciò risulta chiara la sua funzione oggettiva: il calarsi cioè dell’autore al livello del suo oggetto”. Pier Paolo Pasolini oltre che critico e studioso della letteratura dialettale fu egli stesso poeta dialettale. Sebbene l’uso del dialetto sia rimasto confinato agli anni giovanili dello scrittore friulano – l’avvento della comunicazione televisiva di massa lo aveva forse convinto ad abbandonare questa forma linguistica? – ci piace comunque ricordarlo con i versi, tratti da La nuova gioventù. Poesie friulane 1941-1974 (Einaudi), dedicati dall’autore alla sua stessa morte. Il da la me muàrt Ta na sitàt, Trièst o Udin, ju par un viàl di tèjs, di vierta, quan' ch'a múdin il colòur li fuèjs, i colarài muàrt sot il soreli ch'al art biondu e alt e i sierarài li sèjs, lassànlu lusi, il sèil. Sot di un tèj clípid di vert i colarài tal neri da la me muàrt ch'a dispièrt i tèjs e il soreli. I bièj zuvinús a coraràn ta chè lus ch'i ài pena pierdút, svualànt fòur da li scuelis cui ris tal sorneli. Jo i sarài 'ciamò zòvin cu na blusa clara e i dols ciavièj ch'a plòvin tal pòlvar amàr. Sarài 'ciamò cialt e un frut curínt pal sfalt clípit dal viàl mi pojarà na man tal grin di cristàl. Il giorno della mia morte In una città, Trieste o Udine, per un viale di tigli, quando di primavera le foglie mutano colore, io cadrò morto sotto il sole che arde, biondo e alto, e chiuderò le ciglia lasciando il cielo al suo splendore. 

di Francesca Garofoli 

 

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