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"Poesia che mi guardi": un ritratto di Antonia Pozzi

Il 13 Febbraio si è celebrato il centesimo anniversario della nascita di Antonia Pozzi, poetessa milanese morta suicida a soli ventisei anni.

Figlia di una famiglia facoltosa - il padre era un avvocato di prestigio, la madre una contessa -, Antonia si accosta alla poesia fin dall'adolescenza. Dopo gli studi classici al liceo Manzoni, si iscrive alla facoltà di Filologia della Statale di Milano. Gli anni universitari saranno caratterizzati da intense e fraterne amicizie, fra cui quella con il coetaneo Vittorio Sereni, ma anche da una profonda depressione iniziata fin dai tempi del liceo a causa della relazione con il professore di latino e greco Antonio Maria Cervi, di cui Antonia era profondamente innamorata ma che la famiglia osteggiò pesantemente fino a provocare l'allontanamento dei due. Anima appassionata e fragile, Antonia Pozzi restò sempre estremamente vulnerabile sul piano affettivo e sentimentale, riversando i proprio turbamenti nelle poesie di cui riempiva interi quaderni.

Innamorata della natura, che rappresenta per lei un vero e proprio rifugio interiore e che compare come una sorta di costante nelle sue opere, Antonia vive con disagio la situazione politica e sociale del suo tempo, il cui clima sempre più cupo sembra influenzare progressivamente anche il suo stato d'animo e il suo sguardo sulla vita.

Il 15 settembre 1937, pochi mesi prima del suicidio, scrive all'amica Elvira Gandini:
Perché e così:prima si sbaglia, ci si perde, ci si arrampica per astratte impalcature intellettuali, finché la vita un bel giorno comincia, coi suoi gesti leggeri e sapienti, a richiamarci a lei:è come aprire gli occhi ad un tratto e ritrovarsi su una striscia di prato al sole, vicino alle pietre e alle piante. Il senso della vita non è più sparso, nel cervello, nelle mani, negli occhi, ma è tutto raccolto nel centro del petto, come un enorme fiore o come una corazza: e il domani non è più che portare sempre più in avanti quel fiore, sereni, eretti, per una grande strada bianca.

Ed è proprio nelle sue stesse parole, in quella vulnerabile corazza che Antonia descrive e con la quale sembra cercare invano di proteggersi, che forse si può scorgere l'anticipazione di quella "disperazione mortale" di cui parlerà nel suo biglietto d'addio, quando il 3 dicembre del 1938 sceglierà di darsi la morte con un flacone di barbiturici.
Il padre tenterà a lungo di coprire lo scandalo del suicidio, attribuendo la sua scomparsa a una polmonite ed evitando di far trapelare per molto tempo le sue opere, oggi quase tutte edite.

Alla figura delicata e fragile di Antonia Pozzi, capace di versi intensi e ammalianti troppo presto dimenticati, è dedicato il film-documentario Poesia che mi guardi, della regista Marina Spada. Il documentario, prodotto da Miro Film  nel 2009, è stato presentato fuori concorso alla 66ma Mostra del Cinema di Venezia.
Impreziosito da immagini d'epoca di Antonia Pozzi, tratte dai filmati di famiglia, Poesia che mi guardi tratteggia un ritratto intimo ed intensissimo della poetessa, oltre ad un'accurata testimonianza sulla sua personalità e sulla sua opera. In questa intervista Marina Spada ci parla del progetto che ha realizzato attraverso la lavorazione del documentario e del suo sguardo sulla figura della Pozzi, accompagnando il proprio commosso omaggio alle numerose commemorazioni che nella ricorrenza della nascita le sono state tributate.

Rai Letteratura vi propone alcune delle sue poesie, per permettere a chi l'ha amata di ritrovarla nei suoi stessi versi, e a chi ancora non la conosce di scoprire una delle voci più intense e toccanti della poesia femminile contemporanea.



Preghiera

Signore, tu lo senti
ch’io non ho voce più
per ridire
il tuo canto segreto.
Signore, tu lo vedi
ch’io non ho occhi più
per i tuoi cieli, per le nuvole tue
consolatrici.

Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te
ch’io riviva.

Perché tu sai, Signore,
che in un tempo lontano
anch’io tenni nel cuore
tutto un lago, un grande lago,
specchio di Te.
Ma tutta l’acqua mi fu bevuta,
o Dio,
ed ora dentro il cuore
ho una caverna vuota
cieca di Te.

Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te,
ch’io riviva.



Ninfee

Anch’io non ho radici
che leghino la mia
vita – alla terra –
anch’io cresco dal fondo
di un lago- colmo
di pianto.



Pudore

Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo come una mamma piccola giovane
che perfino arrosisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.

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