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Scanner. Il festival delle autoproduzioni italiane

"Nel 2014 su diversi dizionari italiani la voce autoproduzione manca. Il termine più vicino è fanzine, parola inglese che nasce negli anni Quaranta dalla crasi di due parole: fanatic (appassionato) e magazine (rivista) che in italiano, come suggerisce Wikipedia, può essere tradotto con "rivista amatoriale". Questi prodotti cartacei trovano la loro massima visibilità negli anni Settanta e Ottanta, stampati in tirature minime con fotocopiatrici, per la maggior parte in bianco e nero, rilegati con spillatrici e distribuiti porta a porta in piccoli negozi di dischi e in sparuti festival autarchici. Ma questo termine, oggi, oltre che essere stretto non coincide con le produzioni attuali che si stanno ricavando nell’ultimo decennio uno spazio preciso fuori dai circuiti librari, confezionati e redatti in una forma tutt’altro che “amatoriale”. Tra la riscoperta di vecchi tipi in legno, set di caratteri a piombo, torchi e inchiostri da stampa, raffinate carte, stampanti digitali a colori e offset, i nuovi fanzinari-autoproduttori, coraggiosamente indifferenti alle crisi editoriali, provano a dare una diversa fisionomia alla comunicazione su carta, accentuandone le caratteristiche del mezzo in controcorrente o in simultanea simbiosi con il web."

Così Maurizio Ceccato, curatore insieme a Lina Monaco, spiega SCANNER, il festival delle autoproduzioni italiane che si è appena concluso a Roma. Quattro giorni (dal 5 all'8 febbraio) in cui gli autoproduttori si sono ritrovarti a raccontare i propri progetti e a esporre le proprie utopie su carta. "L’idea non è tanto quella di fare una fiera per vendere – prosegue Ceccato –, ma di organizzare un festival per dare circolazione alle idee. È  tutto gratuito, non facciamo pagare l’ingresso, non facciamo pagare lo spazio da fruire. Mettiamo a disposizione le parole, chi viene da noi si racconta, oltre a mostrare il proprio lavoro ».

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